
Ogni volta che visito una nuova città cerco di andare a vedere la locale università (deformazione professionale). La più famosa di Seattle è l’Università di Washington. Immagino che metà di voi si stiano rompendo la testa cercando di spiegarsi come si chiamerà quindi l’università appena fuori dalla casa bianca, a Washington. In realtà la “University of Washington” è quella dello stato di Washington (in cui si trova Seattle), non della città. L’università si trova un po’ più a nord di Downtown, ed è circondata da librerie di seconda mano piene di libri interessantissimi e a ottimo prezzo: un saggio di Noam Chomski quando faceva ancora il grammatico/logico anziché il filosofo antiglobalista, un libro di Shanker su Gödel, dove si usa il linguaggio LISP per costruire una frase che dice di se stessa di non essere dimostrabile: e quindi se è dimostrabile la matematica è incoerente (c’è una contraddizione) e se non lo è, allora è come dice di essere (cioè non dimostrabile), e quindi vera: ma allora la matematica è incompleta (esistono frasi vere ma che non possono essere dimostrate) - un teorema che distrugge completamente il programma di Hilbert del 1900 e le speranze dei vari Frege, Russel e compagnia brutta, e che è considerato da molti come il risultato matematico più significativo del 1900. Mentre stavo davanti agli scaffali, beandomi dei millemila libri che ancora attendevano di essere aperti, una tizia improbabile passa e mi chiede qualcosa farfugliando. Non ho altre descrizioni: era davvero improbabile. Un cappello un po’ sporco e floscio a tesa larga da gangster di Chicago frollato nella bara qualche mese, un gilet da barista di infimo rango su una camicia di flanella pesante e dei jeans pieni di spennellate di vernice bianca. La faccia un po’ brufolosa da adolescente. Mi chiede che libri ci sono sulla cassa che sto usando come sgabello. Le dico che sono libri di matematica editi dalla Dover, sperando di spaventarla e lasciarmi il campo libero (di solito la gente normale non vuole avere a che fare con i matematici se può evitarlo - e ciò dicendo mi dichiaro ipso facto anormale, ma passi). Inoltre, se due matematici adocchiano lo stesso libro sugli scaffali poi finisce a botte, siamo gente molto territoriale: se davanti allo scaffale di teoria dei grafi c’è già qualcuno che guarda, io paziente spulcio i libri di analisi complessa - che non mi interessano - finché quello se ne va fuori dai coglioni. Invece lei si mette di fianco e comincia a guardare i libri (una vera indelicatezza). Dopo un po’ le chiedo, gentilmente, se è una matematica, come a dire, beh ma che diritto hai di star qui a romper le balle? Tanto si vedeva che non lo era: quella è una tenuta da artista pittrice, mica da matematica. I matematici sono molto sciatti - lei era sporca e sgualcita ma aveva uno stile preciso, cosa che un matematico considererebbe una vera perdita di tempo. E contro ogni probabilità, mi risponde di sì, che ha preso la laurea breve l’anno scorso e che adesso fa l’assistente didattica a un professore dell’Università di Washington. Viene fuori che è anche pittrice. Dopo qualche minuto, mi accorgo che è improbabile quanto i suoi vestiti. Ha passato l’estate nei boschi fuori Seattle, un mese dentro una tenda, da sola, e un altro mese all’addiaccio, con qualche amico. Cambia recapito ogni pochi mesi e se qualcuno vuole spedirle posta deve spedirla al padre, che potrebbe essere in grado di reperirla. Preferisce la campagna alle città perché “when I’m in Seattle and I don’t shower three days, my hair gets really dirty; in the countryside that just doesn’t happen“. Sebbene questo asserto possa in effetti gettare nello sconforto l’interlocutore, detto da lei suona perfettamente banale: e come fai a farti una doccia quotidiana se vivi nei boschi? Ma si sa, a Seattle piove spesso. Le chiedo come faccia a dormire letteralmente sotto la pioggia. Domanda idiota: “you get wet”. Beh prima di salutarci definitivamente ci presentiamo. Si chiama Devon, come la contea inglese. Pure il nome è strano.

Un ristorante figo a Seattle: Typhoon (http://www.typhoonrestaurants.com/, 1400 Western Ave), per la bontà di quattro piatti su quattro. E uno da evitare: Koji Osakaya (http://www.seattle.com/koji-osakaya-japanese-restaurant/, sugli Harbor Steps, University Street), per la puzza intollerabile di fritto che resta sui vestiti per giorni, e per il servizio che definire scadente sarebbe una celebrazione.
Riprendo la parola per dirvi che sono a conoscenza del fatto che questo post contiene qualche allusione alla matematica ma devo ammettere di essere stata corrotta con libri, riviste e soprattutto tre stupendi vasetti provenienti dalla Chinatown locale e subito ribattezzati Brik, Brek e Brok.


