
La goiaba, o guajava o goyava o guava, la associo indissolubilmente al viaggio a Rio De Janeiro. Ricordo che, atterrata da poche ore, ero stata con Leo in un localino che ad un primo sguardo, assonnato e jet-laggato, (terribile, lo so, ma dovrebbe rendere l’idea) mi era parso un incrocio tra un fruttivendolo e bar. Dietro al bancone erano ammonticchiati armoniosamente decine di frutti di tipi diversi che non avevo mai visto e che venivano frullati al momento per fare dei succhi vitaminici da accompagnare con un cestino di pao de quejo, dei bignet di formaggio che costituiscono lo snack locale. Sorvolando sull’accostamento, e sul fatto che, essendo il 10 luglio 2006, il giorno dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio eravamo stati coinvolti dai clienti abituali in una discussione in cui si sanciva che in effetti il Brasile restava la nazione con il maggior numero di mondiali vinti*, il succo era buonissimo. Avevo scelto il frutto unicamente per il colore rosa intenso della polpa, poi il sapore acidulo, con un qualcosa che mi ricordava vagamente il mango, mi aveva conquistato. In seguito ho sorseggiato molto spesso il succo di goiaba, acquistato per pochi real in questi onnipresenti bar à jus, e oltre al sapore, che acquisendo amavo sempre più ne adoravo letteralmente il colore. Così quando ieri mi accingevo ad aprire i frutti di goiaba acquistati qualche giorno prima pregustavo con gioia l’ irruzione di colore sul tagliere. Ho recuperato un pezzo di cartoncino rosa, pensando che era proprio la stessa nuance della goiaba, che fortuna sfacciata. Poi ho tagliato il primo frutto, e gulp, la goiaba era bianchiccia, piuttosto anemica. Ma era un po’ acerbo quel frutto, allora ho scelto il più maturo. E un altro acerbo. E poi l’unico non ammaccato. Potete intuire il seguito. Informandomi ho scoperto che oltre alla meravigliosa pink
*quel giorno tutti i giornali titolavano a caratteri cubitali qualcosa come “Brasile penta, Italia tetra” ovvero “Brasile 5 e Italia 4″ se questo non è essere fissati…)







