Leo è stato a Seattle per motivi accademici (?), ma avendo maturato dentro di sè un’anima da food victim come la sottoscritta si è dedicato anche al lato mangereccio dela città.
Per chi soffrisse di serie allergie alla matematica, come me, posso garantire che il post è privo o quasi di riferimenti alla disciplina in questione. [in questa puntata, ma nella prossima... eh eh eh! --- princighigno]
I’s just another food victim in the battle
between the salmons and the cookies and the teas
but I’ve paid my dues, collected the change and forsook my lease
gonna hitch a long, long hike the hell ouf of Seattle
Prima di partire per Seattle mi proponevo di andare a far la guerra a Bill Gates direttamente sul suo territorio. Poi ho guardato la mappa e ho capito che c’era il lago Washington in mezzo e che non avevo idea di come attraversarlo, e quindi ho lasciato perdere i propositi bellicosi e mi sono rintanato in Seattle Downtown.
Ho lasciato che i piedi mi guidassero, scartando i numerosi quanto indistinguibili barboni ad ogni angolo di something street con whatever avenue. Sembrano tutti uguali: barba rossastra, alti e allampanati, ragionevolmente sporchi ma non troppo (sospetto la pioggia), non profumati ma nemmeno così fastidiosi (sospetto il freddo). Ma come fanno a sopravvivere fuori, a quelle latitudini?
In ognuno vedevo il pioniere ottocentesco che si stabiliva alle periferie povere della corsa all’oro in Alaska, gente al limite del ferino, a grattare una stentata sopravvivenza dalla terra, dal lago e dal mare, altro che i fasti di Boston. I barboni di Seattle sono in realtà gli eroici pionieri e padri fondatori dell’estremo northwest. Solo che poi sono arrivati i damerini di Boston e hanno detto “ehi pioniere del cazzo fatti da parte che io a Boston lavoro guadagno pago pretendo e qui voglio fare la bèlla vita uè — e costruiscimi tre o quattro grattacieli, pirla, vai! Vai a laûrà, barbun”, e il pioniere che sarà stato puro e duro ma era anche un po’ ciula, ha preso il “barbun” alla lettera e da allora gira perso tra i grattacieli, angolo retto dopo angolo retto, mai una cazzo di curva e pochissime diagonali, sperando di ritrovare un fazzoletto di terra per piantarci le sue patate, le stesse ormai raggrinzite e germogliatissime che tiene in tasca dal 1864. Solo che poi, parlando con uno di questi pionieri, mi ha confermato di essere Croato, e mi ha confidato che gli slavi sono tutti incivili come bestie perchè mangiano troppa carne di maiale. Tra l’altro ho scoperto che la barba e i capelli, rossissimi, erano tinti (ma perchè un settantenne alla sussistenza investirebbe un capitale in una tinta arancione?). L’ho lasciato alla fermata del 174, sembrava un po’ perso ma molto amichevole.
Il vero centro vitale di Seattle è Pike Market, che fedele al suo nome, nasce come mercato del pesce. Ci sono un sacco di pescivendoli che espongono ettari cubici di granchi e aragoste, salmoni freschi, affumicati e sotto pepe, cozze grosse come ostriche e ostriche grosse come seppie (e quei filistei te le servono fritte anziché mangiarsele crude. . . ). Nel più pittoresco tra gli stand del pesce, quando ordini un salmone il tizio al banco urla qualcosa di inintelligibile al tizio più vicino ai salmoni, tutti i pescivendoli insieme fanno un urlo di guerra, e il salmone viene afferrato e tirato. Fa una decina di metri in aria e atterra nelle mani esperte del tizio alla bilancia, che lo pesa, lo incarta, te lo mette in mano e ti preleva direttamente i soldi dal portafoglio — cioè, questo succede la maggior parte delle volte. In un’esigua minoranza, il tizio dei salmoni tira il pesce e sbaglia mira, atterrando un ignaro passante. A Seattle succede di essere colpiti dai pesci volanti. Degni di nota, a Pike’s market, i seguenti.
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La biscotteria, con biscottoni grossi come bistecche fiorentine, e sempre freschissimi (Cinnamon Works, 1530 Pike Place).
- Il pianista ambulante appena fuori (ha un piano verticale su ruote), che canta e
suona con ogni tempo.
- Il questuante-imbonitore misterioso, che non si sa cosa venda: attira una gran folla con un banchetto di legno su cui sta il suo placido gattone soriano grigio. Da quello che ho capito, è una sorta di Lucy Van Pelt (“The doctor is IN”) che fa la psicanalisi a Charlie Brown. Psicanalizza i passanti per qualche moneta, e come cura propone di accarezzare il suo gatto (felinoterapia — la faccio anch’io ogni tanto con il salame omonimo), oppure forse è il gatto che psicanalizza e lui interpreta i pareri del gatto.
- La libreria più anarchica del mondo: disposizione locali incasinata stile “Shakespeare and Company” di Parigi, e un cartello che dice: PROPERTY IS THEFT . . . however, until all the world is a library, we keep some here for sale. If you feel the sudden urge to proletarian expropriation, please serve yourself at your friendly, neighbourly richly stocked corporate bookshop.
In vendita, selezionati per voi: (a) migliaia di opuscoli di fattura artigianale con titoli tipo “il movimento anarcooperaio nelle langhe nel primo dopoguerra” (non scherzo, la cosa più strana è che
fosse scritto in inglese da autore americano — ma checcazzo si fumavano a Berkeley nel ’68?); (b) il libro “Porn Studies”, una serissima collezione di pubblicazioni accademiche a nome di due editor che immagino preparatissimi sull’argomento (mai quanto me), piena di analisi sociali e quasi del tutto priva di foto ghiotte, sì beh un paio in bianco e nero; (c) una maglietta con la foto di tre pellerossa incazzati che imbracciano il fucile e sotto la scritta “fighting terrorism since 1492″.
- Il fruttivendolo più caro del mondo: una mela a un dollaro e ottanta cents (alternativamente: il turista più coglione del mondo — io).
[continua]