Il Pranzo di Babette » Seattle

Seattle

November 29th, 2007

Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Ogni volta che visito una nuova città cerco di andare a vedere la locale università (deformazione professionale). La più famosa di Seattle è l’Università di Washington. Immagino che metà di voi si stiano rompendo la testa cercando di spiegarsi come si chiamerà quindi l’università appena fuori dalla casa bianca, a Washington. In realtà la “University of Washington” è quella dello stato di Washington (in cui si trova Seattle), non della città. L’università si trova un po’ più a nord di Downtown, ed è circondata da librerie di seconda mano piene di libri interessantissimi e a ottimo prezzo: un saggio di Noam Chomski quando faceva ancora il grammatico/logico anziché il filosofo antiglobalista, un libro di Shanker su Gödel, dove si usa il linguaggio LISP per costruire una frase che dice di se stessa di non essere dimostrabile: e quindi se è dimostrabile la matematica è incoerente (c’è una contraddizione) e se non lo è, allora è come dice di essere (cioè non dimostrabile), e quindi vera: ma allora la matematica è incompleta (esistono frasi vere ma che non possono essere dimostrate) - un teorema che distrugge completamente il programma di Hilbert del 1900 e le speranze dei vari Frege, Russel e compagnia brutta, e che è considerato da molti come il risultato matematico più significativo del 1900. Mentre stavo davanti agli scaffali, beandomi dei millemila libri che ancora attendevano di essere aperti, una tizia improbabile passa e mi chiede qualcosa farfugliando. Non ho altre descrizioni: era davvero improbabile. Un cappello un po’ sporco e floscio a tesa larga da gangster di Chicago frollato nella bara qualche mese, un gilet da barista di infimo rango su una camicia di flanella pesante e dei jeans pieni di spennellate di vernice bianca. La faccia un po’ brufolosa da adolescente. Mi chiede che libri ci sono sulla cassa che sto usando come sgabello. Le dico che sono libri di matematica editi dalla Dover, sperando di spaventarla e lasciarmi il campo libero (di solito la gente normale non vuole avere a che fare con i matematici se può evitarlo - e ciò dicendo mi dichiaro ipso facto anormale, ma passi). Inoltre, se due matematici adocchiano lo stesso libro sugli scaffali poi finisce a botte, siamo gente molto territoriale: se davanti allo scaffale di teoria dei grafi c’è già qualcuno che guarda, io paziente spulcio i libri di analisi complessa - che non mi interessano - finché quello se ne va fuori dai coglioni. Invece lei si mette di fianco e comincia a guardare i libri (una vera indelicatezza). Dopo un po’ le chiedo, gentilmente, se è una matematica, come a dire, beh ma che diritto hai di star qui a romper le balle? Tanto si vedeva che non lo era: quella è una tenuta da artista pittrice, mica da matematica. I matematici sono molto sciatti - lei era sporca e sgualcita ma aveva uno stile preciso, cosa che un matematico considererebbe una vera perdita di tempo. E contro ogni probabilità, mi risponde di sì, che ha preso la laurea breve l’anno scorso e che adesso fa l’assistente didattica a un professore dell’Università di Washington. Viene fuori che è anche pittrice. Dopo qualche minuto, mi accorgo che è improbabile quanto i suoi vestiti. Ha passato l’estate nei boschi fuori Seattle, un mese dentro una tenda, da sola, e un altro mese all’addiaccio, con qualche amico. Cambia recapito ogni pochi mesi e se qualcuno vuole spedirle posta deve spedirla al padre, che potrebbe essere in grado di reperirla. Preferisce la campagna alle città perché when I’m in Seattle and I don’t shower three days, my hair gets really dirty; in the countryside that just doesn’t happen. Sebbene questo asserto possa in effetti gettare nello sconforto l’interlocutore, detto da lei suona perfettamente banale: e come fai a farti una doccia quotidiana se vivi nei boschi? Ma si sa, a Seattle piove spesso. Le chiedo come faccia a dormire letteralmente sotto la pioggia. Domanda idiota: “you get wet”. Beh prima di salutarci definitivamente ci presentiamo. Si chiama Devon, come la contea inglese. Pure il nome è strano.


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Un ristorante figo a Seattle: Typhoon (http://www.typhoonrestaurants.com/, 1400 Western Ave), per la bontà di quattro piatti su quattro. E uno da evitare: Koji Osakaya (http://www.seattle.com/koji-osakaya-japanese-restaurant/, sugli Harbor Steps, University Street), per la puzza intollerabile di fritto che resta sui vestiti per giorni, e per il servizio che definire scadente sarebbe una celebrazione.

Riprendo la parola per dirvi che sono a conoscenza del fatto che questo post contiene qualche allusione alla matematica ma devo ammettere di essere stata corrotta con libri, riviste e soprattutto tre stupendi vasetti provenienti dalla Chinatown locale e subito ribattezzati Brik, Brek e Brok.


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Seattle

November 23rd, 2007

Leo è stato a Seattle per motivi accademici (?), ma avendo maturato dentro di sè un’anima da food victim come la sottoscritta si è dedicato anche al lato mangereccio dela città.
Per chi soffrisse di serie allergie alla matematica, come me, posso garantire che il post è privo o quasi di riferimenti alla disciplina in questione. [in questa puntata, ma nella prossima... eh eh eh! --- princighigno]


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

I’s just another food victim in the battle
between the salmons and the cookies and the teas
but I’ve paid my dues, collected the change and forsook my lease
gonna hitch a long, long hike the hell ouf of Seattle

Prima di partire per Seattle mi proponevo di andare a far la guerra a Bill Gates direttamente sul suo territorio. Poi ho guardato la mappa e ho capito che c’era il lago Washington in mezzo e che non avevo idea di come attraversarlo, e quindi ho lasciato perdere i propositi bellicosi e mi sono rintanato in Seattle Downtown.
Ho lasciato che i piedi mi guidassero, scartando i numerosi quanto indistinguibili barboni ad ogni angolo di something street con whatever avenue. Sembrano tutti uguali: barba rossastra, alti e allampanati, ragionevolmente sporchi ma non troppo (sospetto la pioggia), non profumati ma nemmeno così fastidiosi (sospetto il freddo). Ma come fanno a sopravvivere fuori, a quelle latitudini?
In ognuno vedevo il pioniere ottocentesco che si stabiliva alle periferie povere della corsa all’oro in Alaska, gente al limite del ferino, a grattare una stentata sopravvivenza dalla terra, dal lago e dal mare, altro che i fasti di Boston. I barboni di Seattle sono in realtà gli eroici pionieri e padri fondatori dell’estremo northwest. Solo che poi sono arrivati i damerini di Boston e hanno detto “ehi pioniere del cazzo fatti da parte che io a Boston lavoro guadagno pago pretendo e qui voglio fare la bèlla vita uè — e costruiscimi tre o quattro grattacieli, pirla, vai! Vai a laûrà, barbun”, e il pioniere che sarà stato puro e duro ma era anche un po’ ciula, ha preso il “barbun” alla lettera e da allora gira perso tra i grattacieli, angolo retto dopo angolo retto, mai una cazzo di curva e pochissime diagonali, sperando di ritrovare un fazzoletto di terra per piantarci le sue patate, le stesse ormai raggrinzite e germogliatissime che tiene in tasca dal 1864. Solo che poi, parlando con uno di questi pionieri, mi ha confermato di essere Croato, e mi ha confidato che gli slavi sono tutti incivili come bestie perchè mangiano troppa carne di maiale. Tra l’altro ho scoperto che la barba e i capelli, rossissimi, erano tinti (ma perchè un settantenne alla sussistenza investirebbe un capitale in una tinta arancione?). L’ho lasciato alla fermata del 174, sembrava un po’ perso ma molto amichevole.


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Il vero centro vitale di Seattle è Pike Market, che fedele al suo nome, nasce come mercato del pesce. Ci sono un sacco di pescivendoli che espongono ettari cubici di granchi e aragoste, salmoni freschi, affumicati e sotto pepe, cozze grosse come ostriche e ostriche grosse come seppie (e quei filistei te le servono fritte anziché mangiarsele crude. . . ). Nel più pittoresco tra gli stand del pesce, quando ordini un salmone il tizio al banco urla qualcosa di inintelligibile al tizio più vicino ai salmoni, tutti i pescivendoli insieme fanno un urlo di guerra, e il salmone viene afferrato e tirato. Fa una decina di metri in aria e atterra nelle mani esperte del tizio alla bilancia, che lo pesa, lo incarta, te lo mette in mano e ti preleva direttamente i soldi dal portafoglio — cioè, questo succede la maggior parte delle volte. In un’esigua minoranza, il tizio dei salmoni tira il pesce e sbaglia mira, atterrando un ignaro passante. A Seattle succede di essere colpiti dai pesci volanti. Degni di nota, a Pike’s market, i seguenti.

  • La biscotteria, con biscottoni grossi come bistecche fiorentine, e sempre freschissimi (Cinnamon Works, 1530 Pike Place).
  • Il pianista ambulante appena fuori (ha un piano verticale su ruote), che canta e
    suona con ogni tempo.
  • Il questuante-imbonitore misterioso, che non si sa cosa venda: attira una gran folla con un banchetto di legno su cui sta il suo placido gattone soriano grigio. Da quello che ho capito, è una sorta di Lucy Van Pelt (“The doctor is IN”) che fa la psicanalisi a Charlie Brown. Psicanalizza i passanti per qualche moneta, e come cura propone di accarezzare il suo gatto (felinoterapia — la faccio anch’io ogni tanto con il salame omonimo), oppure forse è il gatto che psicanalizza e lui interpreta i pareri del gatto.
  • La libreria più anarchica del mondo: disposizione locali incasinata stile “Shakespeare and Company” di Parigi, e un cartello che dice: PROPERTY IS THEFT . . . however, until all the world is a library, we keep some here for sale. If you feel the sudden urge to proletarian expropriation, please serve yourself at your friendly, neighbourly richly stocked corporate bookshop.
    In vendita, selezionati per voi: (a) migliaia di opuscoli di fattura artigianale con titoli tipo “il movimento anarcooperaio nelle langhe nel primo dopoguerra” (non scherzo, la cosa più strana è che
    fosse scritto in inglese da autore americano — ma checcazzo si fumavano a Berkeley nel ’68?); (b) il libro “Porn Studies”, una serissima collezione di pubblicazioni accademiche a nome di due editor che immagino preparatissimi sull’argomento (mai quanto me), piena di analisi sociali e quasi del tutto priva di foto ghiotte, sì beh un paio in bianco e nero; (c) una maglietta con la foto di tre pellerossa incazzati che imbracciano il fucile e sotto la scritta “fighting terrorism since 1492″.
  • Il fruttivendolo più caro del mondo: una mela a un dollaro e ottanta cents (alternativamente: il turista più coglione del mondo — io).

[continua]