Rio De Janeiro | Il Pranzo di Babette

Matcha frozen yogurt

July 28th, 2008

Il mio primo yogurt gelato al matcha l’ho assaggiato un paio di mesi fa in una città in cui le mie esperienze con il tè erano state fino a quel momento deludentissime: Rio de Janeiro. La prima volta che ci sono stata devo dire ero meno dipendente dalla camellia sinensis e così, sprovveduta, sono partita senza. In loco ho realizzato l’orrore. Il tè, quello vero, non tisane erbacee amare non meglio identificate, semplicemente non si trovava. Dopo lunghe ricerche avevo scovato in una specie di gastronomia di lusso delle costosissime bustine di pessima qualità. Forzata dalle circostanze e dall’astinenza le avevo rabbiosamente acquistate nelle loro confezioncine ridicole da 5 unità. Read the rest of this entry »

Fala lentamenci!

June 11th, 2008

Come me anche Leo è malinconico verso Rio de Janeiro, e decisamente quello di cui sente maggiormente la mancanza non sono le onde a Ipanema o la caipirinha sorseggiata mentre si mangia il churrasco e tanto meno l’orchidario. Quello che gli manca sono i carioca, gli abitanti di Rio. Gli passo la parola.



Adoro Rio de Janeiro e i suoi abitanti. Ci vado ogni due anni e resto laggiù un periodo che va da una settimana a un mese. Vado a trovare due miei cari amici e colleghi, e passo un po’ di tempo a lavorare e a nuotare nelle meravigliose onde della spiaggia di Ipanema. Mi trovo bene con loro in particolare e con quasi tutti brasiliani in generale. Proprio perché li amo, mi sento in diritto di mettere in evidenza alcune loro stranezze che mi hanno colpito. Faccio questo cappello introduttivo per smorzare le possibili ire di un potenziale permaloso lettore brasiliano che si trovasse a leggere queste parole.

I

I brasiliani hanno paura di noialtri (il resto del mondo). La paura è di carattere linguistico, e l’effetto è molto carino soprattutto sulla pelle color caffelatte: quando gli si parla in qualunque lingua, anche in un portoghese non perfettamente madrelingua, e cioè quando capiscono di avere a che fare con un ripugnante straniero, stingono. Impallidiscono come un tabacco fumato: da marrone a cenere. Di solito, il cambiamento cromatico è accompagnato da altri interessanti fenomeni: dilatazione della pupilla, espressione estremamente preoccupata, al limite leggero tremolìo delle labbra, e prudente movimento del capo a destra e poi a sinistra per trovare con gli occhi un altro brasiliano a cui rivolgersi per affetto e comprensione, e soprattutto a cui sbolognare la seccatura. Questo comportamento è diffuso soprattutto per strada (dove chiedete indicazioni) e nei negozi (dove chiedete spiegazioni), e non dipende dal colore della pelle: i brasiliani di colore bianco si comportano allo stesso modo, solo che l’effetto non è così evidente. Anzi, evidenci.

Supponiamo che abbiate a che fare con un dipendente di un negozio di Rio de Janeiro. Il tipo di negozio, il sesso e il colore della pelle del dipendente non hanno alcuna importanza. Indipendentemente dalla lingua che userete e dalla vostra espressione (gentile? sorridente? sbarazzina? aggressiva? incazzosa?), la prime reazioni saranno lo sbiadimento della pelle e il movimento del capo sopra descritti, non di rado accompagnati da un verso particolare che emette il brasiliano tipico in questi casi: “não falo ingles”. Notare che il verso non viene emesso, come nella maggior parte dei mammiferi, bensì cantato con modulazione lagnosa/nasale (particolarità del portoghese carioca; a descriverlo così suona sgradevole ma in realtà non lo è). Notare anche che il verso è identico anche se si gli stavate parlando in italiano, francese, spagnolo, portoghese maccheronico, tedesco e, ahimé, ingleis.

II

Supponiamo che vi troviate in un supermercato di quelli grossi, pieno di gente che fa la spesa, commessi da tutte le parti, e che vi aggiriate per gli scaffali con la gola riarsa, cercando una bottiglia d’acqua. Troverete papaye giganti e avocados grossi come zucche, ma non l’acqua. Troverete migliaia di tipi di biscottini e salatini fritti, centinaia di bottiglie di vino importate dai prezzi inavvicinabili, ma non l’acqua. Troverete altresì frutta e verdura di foggia e colori strani, di cui ignoravate l’esistenza e continuereste beati a ignorarla se solo vi dessero un bicchier d’acqua, ma non ‘sta di acqua. Allora vi deciderete a avvicinare un altro cliente, perché i commessi li evitate come la peste, dato che avete già osservato i loro caratteri comportamentali tipici. Gli direte, prima in italiano perché vi siete già resi conto (come siete furbi!) che il portoghese è una lingua latina, “Acqua, per favore? acqua? Bottiglia?” Il cliente si spaventerà un pochino ma poi si ricorderà che nessuna regola sociale gli impone di rispondervi, dato che sa che i commessi sono lì apposta per aiutare i clienti. Quindi vi elargirà un sorriso di compatimento per i vostri borborigmi, un sorriso un po’ storto e molto dispiaciuto, il tipo di sorriso che dice “vedo che sei purtroppo figlio di un dio minore e che ti esprimi solo con versi animaleschi, per favore non farmi male, potresti andar via e rivolgiti a qualcun altro? please?“. Allora bestemmiando direte anche “Agua? Agua? Come si dice acqua in portoghese, porco qui e porco là”, ma quello, sempre tenendo il suo di sorriso ben visibile, si allontanerà in fretta, fingendo interesse per una goiaba colossale poco distante. Voi, sempre più riarsi, vi arrenderete all’evidenza e cercherete con gli occhi un commesso. Abbracciando lo spazio con lo sguardo vi renderete conto che tutti i commessi si sono nascosti dietro vari scaffali, velocissimi, annusando il pericolo, come un’antilope in presenza di un ghepardo. Dopo molto girare di angoli in modo abrupto ne beccherete uno di sorpresa e gentilissimamente gli direte la parola “acqua” in tutte le lingue di cui disponete, compreso anche un antico dialetto maya e ovviamente in portoghese stesso, che però non parlate con accento madrelingua (la differenza è che in portoghese “agua” si scrive con l’accento acuto sulla ‘a’: água — ma questo lo scoprirete molto dopo, e comunque come si pronuncia un accento acuto sulla ‘a’? Non ha senso!). Quello impallidirà, anzi ingrigirà, e, dopo aver prudentemente guardato a destra e a sinistra, chiamerà un collega, che suo malgrado accorrerà, liberando il commesso del rognosissimo impiccio. Voi ripeterete la stessa parola, arricchendola del termine “bottiglia” detto in varie lingue, più varî scomposti movimenti delle braccia che secondo una vostra personale teoria dovrebbero mimare una persona che si porta un’immaginaria bottiglia alla bocca e ingolla liquidi paradisiaci per diversi lunghi secondi con sommo sollazzo. Arriverete persino a dire “glu glu glu” e, per essere convincenti, un soddisfattissimo “aaahhhhh!” finale, con dorso della mano che asciuga l’invisibile acqua depositata sulle vostre labbra (è ovvio che questa evocazione dell’acqua non solo vi va sentire ancora più sete di quanta ne aveste già, ma vi causa anche un improvviso bisogno di svuotare la vescica, per un più completo discomfort personale). Il tipo davanti a voi ingrigirà, guarderà a destra e a sinistra, chiamerà un collega e fuggirà, infingardo. Il collega non si avvicinerà ma vi avvicinerete voi a lui con passo deciso, percorrendo a grandi falcate lunghi banchi ricolmi di banane e ananas dal mignon all’extra-large, ripetendo le stesse parole con un tantino più di aggressività. Il tipo resterà impietrito un attimo, poi in fretta ingrigirà, guarderà a dx e sx, ecc. Dopo qualche minuto siete davvero spaventosi nel vostro berciare agua e glu glu glu, vi muovete da un capo all’altro del supermercato in pochi secondi, e i commessi vi sfuggiranno avendone finalmente ben donde. Non avete ottenuto l’acqua ma almeno adesso vi sfuggono perché davvero fate paura. Siete a un passo dall’addentare un lime grosso come un pallone da calcio per suggerne il nettare, quando il responsabile del supermarket vi raggiunge e vi chiede, amabile “Você queira água?” Voi esultate, dite sì, sì, nella vostra testa si affollano immagini di bottiglie d’acqua, no anzi pacchi da 6 bottiglie, no anzi da 12, da 24, 48 bottiglie d’acqua, tutti vostri, e potrete comprarle e bervele tutte, sì, le volete, ah, che bello!!! …il tizio vi interrompe nel vostro orgasmo, vi dice di seguirlo e vi porta a un insignificante baretto interno al supermercato, al quale con molta prudenza il barista, cercando di non incrociare il vostro sguardo, vi serve un minuscolo bicchiere pieno d’acqua di rubinetto.

Uscirete sconfitti, assetati, e convinti che nei supermercati brasiliani l’acqua in bottiglia non si venda affatto.



III

Siete ospiti da amici. Costoro hanno una cucina ma non la usano, preferendo mangiare fuori o delegare tutto alla persona di servizio. A voi piace cucinare e quindi un bel giorno decidete di usare i fornelli. Dopo qualche minuto avete esaurito i fiammiferi: circa una cinquantina di cui al massimo 10 ancora funzionanti, e avete una mano semiustionata perché i fornelli in questione si accendono con una specie di esplosione. Decidete che per la vostra salute fisica avete bisogno di un accendigas (meschini! non sapete ancora quanto la vostra salute mentale né risentirà). Uscite di casa, andate in quel negozietto giù all’angolo, un po’ bizzarro, di quelli che hanno tutto: ferramenta-idraulica-faidate-tutto per la casa-ricambi auto-ciclista-succhi di frutta (onnipresenti). Entrate, vi guardate in giro con sguardo felino, e con abile mossa vi appropinquate a uno dei due commessi (il vostro cervello, ormai in modalità guerra tattica, ha già suddiviso il territorio di battaglia in una griglia di cui ha velocemente calcolato le coordinate; ogni movimento è controllato e volto a non dare al commesso la possibilità di fuggire). Gli fate un bel sorriso e aspettate il suo “bom dia”. Voi replicate bongìa e quello ingrigisce, come previsto dal protocollo; mentre la sua testa comincia prudentemente a girarsi a destra e a sinistra per cercare un collega a cui sbolognarvi, di scatto gli afferrate il braccio (da grigio passa a cadaverico) e gli dite, cantando con voce nasale “falamos uma lengua latina tudos os doish, podemos se comprender si você fala lentamenci“, in un misto di italiano, spagnolo e portoghese carioca. Quello ormai è atterrito, non osa muoversi (anche perché non gli lasciate il braccio), e attende il peggio. Aprite la bocca, ormai quasi certi della vittoria, la lasciate aperta, stile pesce rosso, qualche secondo in cui tutto, nel negozio, sembra fermarsi, e realizzate che non avete alcuna idea di come si dica “accendigas” in carioca. Allora improvvisate: “você tein um accengigaish?” — il tipo diventa bianco come un cencio — “light? fire?” — il tipo è allo svenimento — “laicc’“, ripetete, ricordandovi che in carioca tutto quello che finisce in -ight, si pronuncia -aicc’, tipo “coca laicc’” — il tipo si divincola, fugge lontano e vi manda il padrone del negozio. Il quale vi ascolta ripetere i vostri borborigmi fantasiosi e, dopo quasi 10 minuti in cui vi affannate a mimare un accendigas (ma che vi siete fumati?) e a berciare “gaish“, urla gioioso che occhèi, ha capito! Vi conduce con vero entusiasmo verso uno scaffale e vi mette in mano un tubo flessibile del gas, lungo circa un metro. Voi lo guardate con un misto di tristezza e disperazione e l’entusiasmo del padrone si sgonfia come un pallone aerostatico bucato. Vi guardate con un filo d’odio e la manfrina riprende. Per altri dieci minuti mimate, urlate e create parole dal nulla. Il tizio si ri-illumina e ri-urla che occhèi, questa volta ha capito! E vi tira verso un enorme scaffale, indicandovi un metro di tubo del gas di plastica dura del diametro di 30 centimetri, tipo quelli che gli operai del gas mettono sotto l’asfalto dei marciapiedi dopo aver lavorato una mezza giornata di martello pneumatico. Lo ri-guardate con un pizzico di timore mistico: ma c’è o ci fa? Primo, com’è possibile che un negozio di fai-da-te abbia in stock tubi del gas per l’ingegneria civile; secondo, com’è possibile che un carioca pensi onestamente che un turista arrivi a Rio de Janeiro e abbia bisogno di un tubo del gas del diametro di quaranta-dico-quaranta centimetri? La cosa triste è che vi accorgete dal suo sguardo da cane bastonato e vi accorgete che no, non ci fa, davvero c’è. State per voltarvi e andarvene, quando inaspettatamente un lampo di vera e primordiale intelligenza attraversa i lobi frontali del microcefalo cerebroleso, che ri-emette un urlo di trionfo (il terzo) e vi porta una specie di estensore per accendini bic. Lo guardate con aria confusa, finché vi porge un accendino bic e ve lo sistema nell’apposita fessura: preme un pulsante occulto e, finalmente, lux facta est.

IV

Andate in banca a ritirare del denaro, e la tizia allo sportello vi chiede il passaporto. Voi glielo porgete e quella lo apre all’ultima pagina, dove, scritte a penna e in totale assenza di foto identificative, appaiono le generalità della persona da contattare in caso di emergenza. Guarda e riguarda, poi controlla lo schermo del suo computer, e afferma: ma questo non è il suo passaporto: il nome non corrisponde!

V

Al vostro albergo pensate con rammarico a quanto sia triste aver paura di chi parla diversamente, finché assistete a una scena che vi fa capire che al peggio non c’è fine. Una coppia di francesi dice a un cameriere dell’albergo: “parlez-vous français?” — quello ingrigisce e comincia a guardare circospetto a destra e a sinistra — e i due riprendono, urlando più forte e scandito, come se il problema fosse di sordità: “par-lez-vous-fran-çais?” — quello sbianca e chiama un collega — finché alla fine i due, stremati: “DÙ IÙ SPICK FRENCH?”

Ciliegie e orchidee

June 10th, 2008

Appena tornata da Rio mi è stato fatto dono di un bel cestino di ciliegie selvatiche. Piccolette, scarlatte e con un sapore intenso e acidulo mi hanno subito proiettato in direzione di un clafoutis.
Il clafoutis è un tipico dolce francese che si può preparare con vari tipi di frutta tra cui mele, pere e albicocche. La classica ricetta con le ciliegie innesca l’eterno dubbio: denocciolare o meno i golosi fruttini? In generale io le ho sempre denocciolate, le ciliegie che si acquistano tendono ad essere abbastanza grosse e così il relativo nocciolo, quindi l’idea di lasciarlo nel dolce mi sembra poco sicura. Invece con queste ciliegine selvatiche mi sono sentita maggiomente fiduciosa e ho fatto il mio primo clafoutis di ciliegie con noccioli inclusi. Il sapore devo dire si arricchisce di una sfumatura aromatica che non so descrivere a parole ma che ho trovato piacevolissima e i piccoli noccioli non hanno disturbato nemmeno i denti della nonna.
;)

Clafoutis di ciliegie

ciliegie 200 g
uova 3
zucchero 60 g
latte 3 dl
farina 100 g

Lavate e asciugate le ciliegie. Sbattete le uova con lo zucchero, unite la farina setaccciata e il latte a filo. Disponete le ciliegie in 6 stampi monoporzione, vanno bene anche dei pirottini usa e getta, e ripartitevi uniformente l’impasto. Mettete nel forno già caldo a 180 e cuocete per 35 minuti. Serviteli tiepidi, cosparsi di zucchero a velo.


Per venire alla seconda parte del titolo vi lascio alcune foto che ho fatto nell’orchidario che si trova all’interno del giardino botanico di Rio e che resta, non mi stancherò mai di ripeterlo, uno dei luoghi piu` incantevoli che abbia visto in città.
In una serra tinteggiata di bianco, questi fiori meravigliosi sono protagonisti assoluti, prosperano rigogliosi nell’umidità con i loro colori assoluti, e l’eleganza esotica che li caratterizza.

Feira hippie di Ipanema

June 8th, 2008

Sono rientrata in Italia da qualche giorno, ma un fastidioso jet lag ha inciso sul mio ritmo che si è un po’ rallentato e illanguidito sia nel blog che in una serie di faccende. Grazie a tutti coloro che passano di qui per confidarmi il successo di una ricetta, chiedermi come sto o semplicemente salutarmi, ne sono lusingata :)
Una settimana fa a Rio pioveva disperatamente e il cielo era scuro e minaccioso, la feira hippie, evento domenicale imperdibile se vi trovate in città, aveva un’atmosfera completamente diversa da quella che trasmettono le foto che avevo scattato una settimana prima. Era un po’ disabitata e spettrale, ho fatto una visita breve, poi dopo essermi annacquata per bene, sono tornata in albergo.
La fiera a dispetto del nome è frequentata da ben pochi hippie, piuttosto brulica di turisti, ma si trovano degli oggetti di artigianato apprezzabili. Ceramiche cotte ad alta temperatura, tappeti di cotone e vassoi di vimini sono quelli che mi hanno stuzzicato, ma c’erano anche dei begli abiti, e pelletteria.

In due angoli opposti della piazza general osorio si trovano dei chioschetti che somministrano cibo di Bahia, terra che conosco attrverso i colorati romanzi di Jorge Amado. Gestiti da donne abbigliate di abiti bianchi con stupendi ricami, considero questi luoghi di ristoro le vere attrazioni della fiera.
Sarà per il profumo del cibo, il colore, la gestualità con cui lo preparano. Mi trasmettono allegria e non smetterei mai di guardarle, anzi vorrei unirmi a loro e aiutarle.

Nella parte centrale della piazza invece artisti carioca espongono le loro opere, spesso ispirate dalla società contemporanea; molte parlano delle favela, realtà drammatiche in cui milioni di persone vivono nelle miseria totale. Tele, tessuti dipinti ma anche vere e proprie opere di ingegno come il fondo di lattina in cui un giovane artista ha racchiuso una veduta della spiaggia di Ipanema che osservo in questo momento con malinconia.


Informazioni

Feira hippie
Piazza General Osório
Ipanema
Rio de Janeiro
Tutte le domeniche dalle 9.00 alle 18.00
Sito

Confeitaria Colombo

June 1st, 2008

La Confeitaria Colombo è un luogo nato per celebrare la malinconia per il paese natio, il Portogallo, che due immigranti avevano abbondonato verso la fine del xix secolo per cercare fortuna nel Nuovo Continente. Situata in una via del Centro, un quartiere storico di Rio, la sala da tè esibisce con orgoglio le scelte architettoniche e di arredamento effettuate più di cento anni fa, incarnando l’ allure Belle Èpoque che doveva essere consolatoria per chi proveniva dall’Europa e squisitamente esotica per i locali. Nel complesso la stanza principale risulta cupa nonostante le pareti siano punteggiate di lampade liberty, corolle luminose di vetro e ottone. Gli specchi di cristallo illudono sulle reali dimensioni del locale e permettono di apprezzare al meglio le opulente intarsiature nelle cornici di legno.
Spiando l’ordine fatto ad un altro tavolo scopro con disappunto che il tè servito è quello appartenente ad una nota marca che non apprezzo affatto. Ripiego su una semplice acqua minerale per accompagnare il pastel de Belém, un tipico dolce portoghese nato dall’abilità delle monache di Belem, una parrocchia di Lisbona. Una crosta di pasta sfoglia racchiude una crema gialla di uova e profumata di cannella, forse un pizzico in meno in questo caso avrebbe reso i sapori maggiomente bilanciati.


Leo legge un libro di matematica acquistato in una delle tante librerie antiquarie delle zona. Io invece mentre mangio il mio dolcetto osservo gli altri avventori, fare people watching è una tipica attività qui, e non si limita alla spaiggia. Turisti ce ne sono tanti e spesso coinvolgono i camerieri in improbabili foto di gruppo, ma noto anche la presenza di tanti carioca, gli abitanti di Rio infatti amano questa sala da tè sin dagli albori: rilassati gruppi di amici, colazioni di lavoro ma anche coppie anziane che sbocconcellano i dolcetti, ingannando un paio di ore di un pomeriggio afoso d’autunno.

Confeitaria Colombo
Rua Goncalves Dias 32
Centro
Rio de Janeiro

Sushi leblon

May 29th, 2008


In questo ristorante giapponese c’ero stata in occasione delle mia prima visita a Rio de Janeiro un paio di anni fa circa. Me l’aveva suggerito la garota Emanuela, proprio attraverso il blog, magie della rete, e non gliene sarò mai abbastanza grata. Spesso ho sognato di tornarci e quando questo è accaduto, rispettivamente sabato e martedì a pranzo, e chissà che altre possibilità ci riserva il destino; ho provato delle bellissime sensazioni.

Il sashimi è di una feschezza impareggiabile e il pesce è tagliato in pezzetti dalla taglia generosa, la croccantezza delle carni riempie la bocca. Il riccio di mare, protagonista di un ceviche servito elegantemente in cucchiaio, è sorpredentemente più delicato di quello che avevo mangiato in Europa (forse i ricci oceanici sono diversi?) e regala un sapore sapido e iodato al punto giusto. Sono quasi certa che ne uniscano un pochino anche alla tartare di salmone per renderla cremosa.

Il salmone marinato tre giorni in miso e sake è una vera raffinatezza che credo ripeterà a casa dato che sono riuscita ad avere la ricetta.
Per il resto, parlando di specialità locali sto scoprendo una pericolosa passione per le empanada, delle tortine salate ripiene. In genere le vendono negli stessi posti in cui si trovano i pao de quejo. La mia variante preferita è pollo e catupiry, un formaggio dal sapore delicato e fondente. E poi naturalmante panini con il filetto, filè in portoghese, e i succhi di frutta, buonissimi, ma questo &egrave un altro post ;)

Sushi Leblon
Ruas Dias Ferreira 256
Leblon
Rio de Janeiro
www.sushileblon.com

Rio De Janeiro

May 23rd, 2008

Ve l’avevo detto che i muffin sono un eccellente cibo da viaggio ;)

Sono a Rio de Janeiro, precisamente ad Ipanema, proprio di fronte al posto 9, o meglio quasi al 9.

La spiaggia alle 7.00 di stamane, quando ho fatto la foto, era quasi deserta, ora brulica di vita: tanti prendono il sole, qualcuno gioca a pallone o a beach volley. Da un camioncino azzurro due ragazzi scaricano cocchi verdi, scrigni contenti un nettare dissentante e zuccherino.

In Praca Nossa Senora da Paz mi sono imbattuta in un mercatino. Fiori, frutta, erbe aromatiche più o meno esotiche; una festa di colori che mi dona immediata euforia.

La connessione, costosissima, è quello che è; spero di riuscire a postare ancora. Comunque vi ringrazio per i vostri commenti sui muffin e vi auguro di trascorrere un bel fine settimana :)

Sitío Papoula Vermelha

August 2nd, 2006



Sitia Papoula Vermelha è la tenuta agricola del seu Paulo, il padre di Renata, e si trova ad una ventina di km da Araruama, nello stato di Rio de Janeiro. Il nome significa letteralmente “il posto dell’ibiscus rosso”. E mai nome fu più indicato: i numerosi cespugli di ibiscus in fiore scuotono il paesaggio verdeggiante con macchie di colore carminio.







È il regno degli alberi da frutto: palme appesantite da enormi cespi di banane, banana prata precisa gentilmente seu Paulo; altre invece adorne di una collana di cocchi verdi in miniatura e poi ancora il pé de mamão, un tipo di papaya che regala frutti che possono raggiungere il peso di un chilogrammo o piú ciascuno. Ci sono anche limoni dal colore aranciato, e arance verdi ancora acerbe che saranno pronte in ottobre mi dicono; eppure, anche se leggermente asprigne, sono buonissime anche ora.




curiositá: significa piede, ma anche pianta.



un cespo di banana prata




uno dei gatti sotto la palma da cocco




i limoni…Arancioni!

Camminando per il podere ci imbattiamo in un paio di lavoranti: sbucciano abilmente con il machete le canne da zucchero, privandole delle foglie e delle estremità; quindi le riducono in pezzi di 40-50 cm per poi estrarne il succo con un attrezzo ad hoc.



Sbucciatura



Prima spremitura



Seconda spremitura

Dopo due spremiture rimane una fibra coriacea, ma decisamenete allettante per qualcuno che vedremo in seguito. Mi offrono un bicchiere di questo liquido torbido,corposo e dolcissimo. Per me è eccessivamente zuccherino: mi bagno appena le labbra, mentre sotto i miei occhi attoniti Rogério, uno degli operai, se ne scola tre. Scopro poi che in genere ne beve almeno otto mentre pasteggia con un casco di banane.



Continuiamo il giro e ci troviamo in un boschetto di manioca; viene selezionato uno dei piccoli arbusti e semplicemente sradicato dal terreno, scopro che la radice è la parte edibile che in forma di farina prende il nome di tapioca, elemento importante nella cucina locale.



Carlile sradica la manioca



Il fusto sottile viene fatto a brandelli che vengono accuratamente coperti di terra. Daranno vita a nuovi alberelli che infoltiranno il boschetto nel giro di pochi mesi.



Saliamo in cima ad una collinetta: un cavallo dal mantello albino si ciba delle fibre della canna da zucchero, quieto.



Passeggiamo in un campicello di zucche e zucchine e scorgo uno stagno in lontananza. Avvicinandomi faccio maldestramente scappare le oche, le galline e i loro pulcini tutti gialli.



In compenso i due gatti che abbiamo incontrato appena arrivati, ci seguono fedeli, avidi di carezze ed attenzioni.



Il sole comincia a scendere velocemente, ci ubriachiamo dei colori del tramonto poi con un cesto pieno di mamão, arance verdi e limoni aranciati lasciamo questo posto d’incanto.



Banane fritte ad Araruama

July 28th, 2006



A volte capita di andare dall’altra parte del mondo e incontrare delle persone speciali che ti inondano di affetto senza che ci sia una lingua in comune bensì attraverso gesti antichi: sorrisi, ospitalita`, e tutta la cura necessaria per preparare un pranzo meraviglioso.
Qualche giorno fa siamo stati ospiti dai genitori di Renata ad Araruama, una cittadina nello Stato di Rio de Janeiro. L’accoglienza è stata squisita, in tutti i sensi! Deliziosi manicaretti troneggiavano sulla lunga tavola : squalo in umido e fritto, Pirão de peixe una crema densa a base di farina di manioca e brodo di pesce, servita con uova sode a fettine, couve saltato con cipolle, esteticamente uguale alla parte verde del cipollotto ma con un sapore di erbette, un intingolo di gamberi per aromatizzare il riso e come contorno banane fritte. Da bere succo di goiaba, dato che i miei ospiti hanno saputo che da quando sono in Brasile bevo solo quel dissentante liquido dal colore rosa. Un’attenzione che mi ha commosso. Di questo banchetto di cucina casalinga brasiliana non ci sono foto; quando, sazia, mi è balenato nella mente che possiedo una macchina fotografica, rimaneva solo il ricordo di quei cibi esotici e gustosi e tutti si accarezzavano la pancia tesa, soddisfatti. Solo le deliziose banane, croccanti fuori e morbide dentro, testimoniano quel pranzo indimenticabile; ne sono infatti state fritte altre addolcite poi con zucchero e cannella a completare gli altri dessert; una torta di arachidi servita con una crema di caramello e un cheese cake.
Dopo questo pranzo degno del la scuola di cucina Sapore e arte, siamo stati in visita nella tenuta agricola di famiglia Sitia Papoula Vermelha, letteralmente “il posto dell’ibiscus rosso” dove ho visto le piante di manioca, ho assistito alla spremitura della canna da zucchero e gustato svariati tipi di banana e papaya. Ma questo è un altro post ;-)

Banane fritte

3-4 banane da terra (si tratta di una varietà precisa, con la polpa più zuccherina di quelle che si trovano comunemente in Europa)
olio di mais
zucchero e cannella a piacere

Fate scaldare abbondante olio di mais in una padella adatta per friggere;
aggiungete le banane tagliate a fettine.


Giraratele ogni tanto con la forchetta per farle colorire in modo uniforme.



Quando sono ben dorate, prelevatele dalla pentola.



Asciugatele con carta assorbente.



Servitele come contorno o come dessert, in questo caso con zucchero e cannella



Feira hippie a Ipanema

July 19th, 2006



Domenica sono stata alla feira hippie che ha luogo in una piazza di Ipanema, il quartiere di Rio divenuto famoso negli anni 60′ per essere nel titolo di una nota canzone di bossa nova, mi riferisco naturalmente alla celeberrima “garota de Ipanema“. Purtroppo lo spirito hippie della fiera deve essere sbiadito con il passare degli anni, edulcorato e modellato sui desideri dei turisti che popolano in ogni stagione il frizzante quartiere carioca. Ma provo solo un pizzico di delusione iniziale, poi vengo assorbita dal flusso di persone e non penso più nulla, osservo nuovamente rapita. Gli autentici hippie presenti vendono soprattutto abiti tinti e costumizzati in un modo originale, gioielli realizzati con cocco e pietre povere: i prezzi sono decisamente europei. Scivolando tra le bancarelle mi imbatto in una vecchina che piega amorevolmente centrini finemente ricamati, bianchi, avorio ed ecru. In un angolo della piazza sotto un tendone blu, c’èun gruppo di donne che indossano i copricapi che paiono turbanti, cucinano e servono cibo bahiano profumato di olio di dendê: i loro volti sono sorridenti e sereni, una improvvisa un passo di danza: che sia proprio lei Dona Flor?







Al centro della piazza artisti più o meno talentuosi espongono le loro opere,vivaci, coloratissime: il soggetto principale è la vita nella favela, che in questa zona chic di Rio, sembra quasi un’invenzione, ma che invece è una realtà incarnata nella sola Favela da Rocinha da circa 200.000 persone.



La merce diventa a un tratto ripetitiva: artigianato, un po’ di pellame, ancora abiti. Ogni tanto si incrocia un venditore ambulante di mate ghiacciato, ma la bevanda dal vago sapore di erbe non mi tenta; voglio andare sulla spiaggia di Ipanema a sorseggiare un cocco aspettando il tramonto.