I Racconti Di Leo | Il Pranzo di Babette

Il fratello dal crudo fantasioso (by il marito di Babette)

May 25th, 2012



I fratelli Vittorio, di Catania, da sempre si occupano di pescare e soprattutto rivendere il pesce al mercato omonimo, un fuoco d’artificio di colori e urla degne del Floating Market immaginato da Gaiman. I Vittorio, come del resto tutti i loro colleghi, avevano sempre venduto la loro merce su banconi di legno per i vicoli dietro alla piazza Duomo. Giovanni, il più piccolo, ha un’alzata d’ingegno: apre una pescheria vera (in muratura) dentro un portico nel bel mezzo del mercato del pesce. Udite udite: una pescheria! E chi ci va, dato che il pesce sguazza quotidianamente per le strade? E non è un’esagerazione: alcuni granchi, fuggiti dalle loro casse, traversavano l’asfalto cercando disperatamente di tornare a mare.

Giovanni fa metà e metà tra la vendita del pesce e la creazione di piatti di crudo. Babette, che di queste cose se ne intende, l’aveva puntato già durante la preparazione del nostro viaggio in Sicilia. Senza nemmeno aver fatto colazione entriamo, ci guardiamo intorno un po’ persi, e veniamo incoraggiati da un mio coetaneo, che si comporta da buttadentro, a farci preparare un piatto di crudi da Giovanni. Noi lo rassicuriamo che è proprio quella l’intenzione, e ci mettiamo a parlare. Il buttadentro si chiama Concetto, è semplicemente un amico di Giovanni e non ha alcun interesse professionale nella pescheria. Però le sue qualifiche (“hospitality consultant & business coach”, “start-up specialist”, un misteriosissimo “F&B”, e, sul retro del biglietto da visita, “new concept management - a new methodology of thinking”) lo rendono tuttavia un bersaglio interessante per noialtri interessati a magna’: gli chiediamo infatti dei lumi su dove mangiare in serata, dato che Babette aveva tre o quattro mete diverse, e ci indirizza sul Sale Art Café di Andrea Graziano (buonissimo) - arrivando persino a prenotarci la tavola dato che Concetto pare amico di tutti coloro che sanno mangiare a Catania.

Ma veniamo a fratello John: lo carichiamo per bene, facendogli capire che veniamo praticamente da un altro continente per assaggiare il Suo Famoso Piatto di Crudo, e lui si scatena. Comincia con un piatto a misura secondi, ma poi ripiega su un piatto pizza-sized. La preparazione è sia gastronomica che artistica, e mentre aspettiamo ci versa un bicchiere di prosecco (al posto del caffè, che ingiallisce i denti e rovina l’alito, ci facciamo quindi un bel bianchino come apripista della giornata, come i vecchi artigiani del Lombardo-Veneto degli anni cinquanta).

Qui trovate un breve filmato di Giovanni all’opera. L’opera finita è in apertura del post. Anzi, soltanto iniziata, perché la finiranno le possenti mandibole di Babette e suo marito, lasciando soltanto qualche grano di pepe e le alghe ornamentali (e nemmeno tutte!). Abbiamo goduto come pazzi scofanandoci i meravigliosi ricci, le patelle, le ostriche selvatiche del mediterraneo, la cernia cruda, due tagli di tonno entrambi mondiali, e un ventaglio di gamberi e mazzancolle notevole: il re della situazione era il gambero di nassa, a quanto pare più comune in maggio, pieno delle sue uova blu, una carne con la consistenza della seta e la dolcezza del lardo di colonnata, e una testa che abbiamo lasciato a malapena il carapace.

Se capitate da quelle parti, l’indirizzo è qui.



Paradise found

March 19th, 2009

Leo è stato per lavoro in una località in cui ha scoperto quello che descrive come un ottimo ristorante vegetariano, lascio a lui la parola :)

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Testo e foto di Leo

Il Paradise Found Café è un ristorante vegetariano di ottima qualità, dall’aspetto un po’ hippy, cucina in vista e meno di venti coperti, nel retro di un negozio di alimentari biologici. Ho ordinato uno smoothie “sunset” (banane, burro di arachidi e cioccolato: può sembrare un’americanata e invece è buonissimo) e un’insalata con quinoa, una miriade di verdure crude (tra cui vari germogli), tutte ottime, con un dressing di zenzero e basilico.

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Era così buono che dopo essermi fatto un lungo giro nei paraggi, sono tornato di nuovo là per vedere se mi davano ancora qualcosa. Purtroppo Nitai (lo chef) aveva già chiuso la cucina, ma uno smoothie me l’ha fatto lo stesso.

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Abbiamo fatto due chiacchiere: le ricette sul menu le ha inventate tutte lui. L’unico problema del ristorante è che è un po’ fuori mano. Read the rest of this entry »

Ultimo giorno a Shanghai

October 23rd, 2008

Vietare le bottiglie d’acqua nell’area di partenza degli aeroporti è un’assurdità, e non solo perché, suvvìa, quale terrorista confezionerà una bomba di mezzo litro di simil-Evian? Ci voleva un cinese per farmelo capire. All’entrata della stazione del MagLev c’è un controllo del bagaglio, bisogna passare le borse sotto una macchina ai raggi X. Di fianco alla macchina c’è una scatola piena di bottiglie di plastica vuote e pensavo, mi faranno gettare la mia bottiglia d’acqua, e solo per salire su un treno il cui percorso dura dieci minuti (#@!). Invece uno dei due preposti all’operazione mi fa segno di bere dalla bottiglia, per dimostrargli che non trasporto esplosivi liquidi, veleni o grappa eccessivamente scadente, mentre l’altro si mette sull’attenti e mi fa il saluto alla visiera. Capito? Basterebbe questo, chiedere alla gente che vuol portare l’acqua attraverso il controllo bagagli, semplicemente di prenderne un sorso (e non mi si venga a dire che si può confezionare un esplosivo fatto soltanto di liquidi innocui)! Ma ovviamente questo implicherebbe una minore vendita di costosissima acqua in bottiglia nei bar all’interno della zona protetta, che come si può facilmente immaginare, fanno affari d’oro.
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Shanghai: problemi di comunicazione

October 22nd, 2008

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Ho poi visto il lungofiume davanti a Pu Dong con la famosa skyline, chiamato Bund per gli occidentali e Wei Tan per i residenti, per cui se uno chiede “Bund?” a un Shanghaiese quello lo guarda senza sapere cosa rispondere, l’europeo fa il paragone di un ipotetico Parigino che non abbia mai sentito nominare la Tour Eiffel, e molto si arrovella sui percorsi neuronali cinesi; e a questo proposito, un piccolo inciso. Ci sono alcune domande standard che un essere razionale non può non porsi. Alcuni non-sequitur inspiegabili che denunciano un malessere logico profondo, o una voluta presa per il culo (ma c’è o ci fa?). Al ristorante, quando chiedono “quante birre?” (magari puntando il dito su una foto), quattro persone al tavolo su cinque, tutte occidentali, alzano il dito indice, come a dire, “io, io, io e io”; cioè quattro birre. È il sistema numerico unario (basato su una sola cifra), e si suppone che sia talmente universale che viene usato, mi pare, anche nelle sonde lanciate nello spazio profondo nella speranza che siano intercettate da un’astronave aliena. E la cameriera, stupita, ci fa capire che una birra sicuramente non basta per tutti. Perché, agli occhi di un cinese, quattro indici sono uguale a uno? Che speranza abbiamo di farci capire da un marziano se non ci capisce nemmeno una cameriera cinese?
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Shanghai: la cucina

October 21st, 2008
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Dopo qualche giorno che ci si trova tra la folla di Shanghai, sempre abbastanza densa, ci si accorge di una cosa strana: i cinesi non puzzano; cioè il loro sudore non si sente. A stare sempre in mezzo alla folla con una tale umidità e un tale caldo, ci dovrebbe essere una puzza insopportabile. E invece non si sente nulla, o quasi. Ogni tanto si trova qualcuno dall’aria chiaramente derelitta, qualche barbone cinese, completamente mimetizzato con l’asfalto sporco e terroso, pelle e vestiti (entrambi non lavati dai tempi delle guerre dell’oppio) dello stesso colore nerastro.
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Shanghai: la citta` vecchia

October 20th, 2008

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Benvenuti in un ‘altra settimana tematica, che questa volta rigurda la Cina. Doveroso premettere che io non ci sono stata. E allora perche` una chinese week? Innanzitutto perchè Leo quest’ estate ha trascorso una settimana a Shanghai e oltre ad aver scattato molte foto, mi ha narrato le sue impressioni, episodi buffi, e situazioni che mi hanno sorpreso e spesso mi hanno fatto ridere; molte di esse sono fluite in un lungo testo che leggerete in questi giorni. Il mio contributo invece è di altra natura, riguarda dei luoghi che riportano dei pezzetti di questo Paese declinati in contesti differenti.

Passeggiare nella città vecchia riporta alle scene iniziali di Indiana Jones II (Il Tempio Maledetto), dove Indiana e la sua truppa fugge per le vie di Shanghai anni ’30: case basse, perlopiù due piani a soffitto molto basso, estremamente piccole ma in muratura e non di latta, piene zeppe di vita, di appartamenti, di magazzini, di cose, di gente, di bambini, di biciclette, di motorini, di negozi che vendono tutto, animali, quaglie, polli, piccioni, anguille, pesci, rane, rospi, tartarughe, frutta e verdura, parrucchieri, massaggiatori, sarti, commercianti di tè, meccanici, ciclisti, rigattieri e ristoratori (a decine, centinaia, migliaia, un’infinità di posti per mangiare). Pochi producono, tutti vendono, e non si capisce chi compra. Read the rest of this entry »

Fala lentamenci!

June 11th, 2008

Come me anche Leo è malinconico verso Rio de Janeiro, e decisamente quello di cui sente maggiormente la mancanza non sono le onde a Ipanema o la caipirinha sorseggiata mentre si mangia il churrasco e tanto meno l’orchidario. Quello che gli manca sono i carioca, gli abitanti di Rio. Gli passo la parola.



Adoro Rio de Janeiro e i suoi abitanti. Ci vado ogni due anni e resto laggiù un periodo che va da una settimana a un mese. Vado a trovare due miei cari amici e colleghi, e passo un po’ di tempo a lavorare e a nuotare nelle meravigliose onde della spiaggia di Ipanema. Mi trovo bene con loro in particolare e con quasi tutti brasiliani in generale. Proprio perché li amo, mi sento in diritto di mettere in evidenza alcune loro stranezze che mi hanno colpito. Faccio questo cappello introduttivo per smorzare le possibili ire di un potenziale permaloso lettore brasiliano che si trovasse a leggere queste parole.

I

I brasiliani hanno paura di noialtri (il resto del mondo). La paura è di carattere linguistico, e l’effetto è molto carino soprattutto sulla pelle color caffelatte: quando gli si parla in qualunque lingua, anche in un portoghese non perfettamente madrelingua, e cioè quando capiscono di avere a che fare con un ripugnante straniero, stingono. Impallidiscono come un tabacco fumato: da marrone a cenere. Di solito, il cambiamento cromatico è accompagnato da altri interessanti fenomeni: dilatazione della pupilla, espressione estremamente preoccupata, al limite leggero tremolìo delle labbra, e prudente movimento del capo a destra e poi a sinistra per trovare con gli occhi un altro brasiliano a cui rivolgersi per affetto e comprensione, e soprattutto a cui sbolognare la seccatura. Questo comportamento è diffuso soprattutto per strada (dove chiedete indicazioni) e nei negozi (dove chiedete spiegazioni), e non dipende dal colore della pelle: i brasiliani di colore bianco si comportano allo stesso modo, solo che l’effetto non è così evidente. Anzi, evidenci.

Supponiamo che abbiate a che fare con un dipendente di un negozio di Rio de Janeiro. Il tipo di negozio, il sesso e il colore della pelle del dipendente non hanno alcuna importanza. Indipendentemente dalla lingua che userete e dalla vostra espressione (gentile? sorridente? sbarazzina? aggressiva? incazzosa?), la prime reazioni saranno lo sbiadimento della pelle e il movimento del capo sopra descritti, non di rado accompagnati da un verso particolare che emette il brasiliano tipico in questi casi: “não falo ingles”. Notare che il verso non viene emesso, come nella maggior parte dei mammiferi, bensì cantato con modulazione lagnosa/nasale (particolarità del portoghese carioca; a descriverlo così suona sgradevole ma in realtà non lo è). Notare anche che il verso è identico anche se si gli stavate parlando in italiano, francese, spagnolo, portoghese maccheronico, tedesco e, ahimé, ingleis.

II

Supponiamo che vi troviate in un supermercato di quelli grossi, pieno di gente che fa la spesa, commessi da tutte le parti, e che vi aggiriate per gli scaffali con la gola riarsa, cercando una bottiglia d’acqua. Troverete papaye giganti e avocados grossi come zucche, ma non l’acqua. Troverete migliaia di tipi di biscottini e salatini fritti, centinaia di bottiglie di vino importate dai prezzi inavvicinabili, ma non l’acqua. Troverete altresì frutta e verdura di foggia e colori strani, di cui ignoravate l’esistenza e continuereste beati a ignorarla se solo vi dessero un bicchier d’acqua, ma non ‘sta di acqua. Allora vi deciderete a avvicinare un altro cliente, perché i commessi li evitate come la peste, dato che avete già osservato i loro caratteri comportamentali tipici. Gli direte, prima in italiano perché vi siete già resi conto (come siete furbi!) che il portoghese è una lingua latina, “Acqua, per favore? acqua? Bottiglia?” Il cliente si spaventerà un pochino ma poi si ricorderà che nessuna regola sociale gli impone di rispondervi, dato che sa che i commessi sono lì apposta per aiutare i clienti. Quindi vi elargirà un sorriso di compatimento per i vostri borborigmi, un sorriso un po’ storto e molto dispiaciuto, il tipo di sorriso che dice “vedo che sei purtroppo figlio di un dio minore e che ti esprimi solo con versi animaleschi, per favore non farmi male, potresti andar via e rivolgiti a qualcun altro? please?“. Allora bestemmiando direte anche “Agua? Agua? Come si dice acqua in portoghese, porco qui e porco là”, ma quello, sempre tenendo il suo di sorriso ben visibile, si allontanerà in fretta, fingendo interesse per una goiaba colossale poco distante. Voi, sempre più riarsi, vi arrenderete all’evidenza e cercherete con gli occhi un commesso. Abbracciando lo spazio con lo sguardo vi renderete conto che tutti i commessi si sono nascosti dietro vari scaffali, velocissimi, annusando il pericolo, come un’antilope in presenza di un ghepardo. Dopo molto girare di angoli in modo abrupto ne beccherete uno di sorpresa e gentilissimamente gli direte la parola “acqua” in tutte le lingue di cui disponete, compreso anche un antico dialetto maya e ovviamente in portoghese stesso, che però non parlate con accento madrelingua (la differenza è che in portoghese “agua” si scrive con l’accento acuto sulla ‘a’: água — ma questo lo scoprirete molto dopo, e comunque come si pronuncia un accento acuto sulla ‘a’? Non ha senso!). Quello impallidirà, anzi ingrigirà, e, dopo aver prudentemente guardato a destra e a sinistra, chiamerà un collega, che suo malgrado accorrerà, liberando il commesso del rognosissimo impiccio. Voi ripeterete la stessa parola, arricchendola del termine “bottiglia” detto in varie lingue, più varî scomposti movimenti delle braccia che secondo una vostra personale teoria dovrebbero mimare una persona che si porta un’immaginaria bottiglia alla bocca e ingolla liquidi paradisiaci per diversi lunghi secondi con sommo sollazzo. Arriverete persino a dire “glu glu glu” e, per essere convincenti, un soddisfattissimo “aaahhhhh!” finale, con dorso della mano che asciuga l’invisibile acqua depositata sulle vostre labbra (è ovvio che questa evocazione dell’acqua non solo vi va sentire ancora più sete di quanta ne aveste già, ma vi causa anche un improvviso bisogno di svuotare la vescica, per un più completo discomfort personale). Il tipo davanti a voi ingrigirà, guarderà a destra e a sinistra, chiamerà un collega e fuggirà, infingardo. Il collega non si avvicinerà ma vi avvicinerete voi a lui con passo deciso, percorrendo a grandi falcate lunghi banchi ricolmi di banane e ananas dal mignon all’extra-large, ripetendo le stesse parole con un tantino più di aggressività. Il tipo resterà impietrito un attimo, poi in fretta ingrigirà, guarderà a dx e sx, ecc. Dopo qualche minuto siete davvero spaventosi nel vostro berciare agua e glu glu glu, vi muovete da un capo all’altro del supermercato in pochi secondi, e i commessi vi sfuggiranno avendone finalmente ben donde. Non avete ottenuto l’acqua ma almeno adesso vi sfuggono perché davvero fate paura. Siete a un passo dall’addentare un lime grosso come un pallone da calcio per suggerne il nettare, quando il responsabile del supermarket vi raggiunge e vi chiede, amabile “Você queira água?” Voi esultate, dite sì, sì, nella vostra testa si affollano immagini di bottiglie d’acqua, no anzi pacchi da 6 bottiglie, no anzi da 12, da 24, 48 bottiglie d’acqua, tutti vostri, e potrete comprarle e bervele tutte, sì, le volete, ah, che bello!!! …il tizio vi interrompe nel vostro orgasmo, vi dice di seguirlo e vi porta a un insignificante baretto interno al supermercato, al quale con molta prudenza il barista, cercando di non incrociare il vostro sguardo, vi serve un minuscolo bicchiere pieno d’acqua di rubinetto.

Uscirete sconfitti, assetati, e convinti che nei supermercati brasiliani l’acqua in bottiglia non si venda affatto.



III

Siete ospiti da amici. Costoro hanno una cucina ma non la usano, preferendo mangiare fuori o delegare tutto alla persona di servizio. A voi piace cucinare e quindi un bel giorno decidete di usare i fornelli. Dopo qualche minuto avete esaurito i fiammiferi: circa una cinquantina di cui al massimo 10 ancora funzionanti, e avete una mano semiustionata perché i fornelli in questione si accendono con una specie di esplosione. Decidete che per la vostra salute fisica avete bisogno di un accendigas (meschini! non sapete ancora quanto la vostra salute mentale né risentirà). Uscite di casa, andate in quel negozietto giù all’angolo, un po’ bizzarro, di quelli che hanno tutto: ferramenta-idraulica-faidate-tutto per la casa-ricambi auto-ciclista-succhi di frutta (onnipresenti). Entrate, vi guardate in giro con sguardo felino, e con abile mossa vi appropinquate a uno dei due commessi (il vostro cervello, ormai in modalità guerra tattica, ha già suddiviso il territorio di battaglia in una griglia di cui ha velocemente calcolato le coordinate; ogni movimento è controllato e volto a non dare al commesso la possibilità di fuggire). Gli fate un bel sorriso e aspettate il suo “bom dia”. Voi replicate bongìa e quello ingrigisce, come previsto dal protocollo; mentre la sua testa comincia prudentemente a girarsi a destra e a sinistra per cercare un collega a cui sbolognarvi, di scatto gli afferrate il braccio (da grigio passa a cadaverico) e gli dite, cantando con voce nasale “falamos uma lengua latina tudos os doish, podemos se comprender si você fala lentamenci“, in un misto di italiano, spagnolo e portoghese carioca. Quello ormai è atterrito, non osa muoversi (anche perché non gli lasciate il braccio), e attende il peggio. Aprite la bocca, ormai quasi certi della vittoria, la lasciate aperta, stile pesce rosso, qualche secondo in cui tutto, nel negozio, sembra fermarsi, e realizzate che non avete alcuna idea di come si dica “accendigas” in carioca. Allora improvvisate: “você tein um accengigaish?” — il tipo diventa bianco come un cencio — “light? fire?” — il tipo è allo svenimento — “laicc’“, ripetete, ricordandovi che in carioca tutto quello che finisce in -ight, si pronuncia -aicc’, tipo “coca laicc’” — il tipo si divincola, fugge lontano e vi manda il padrone del negozio. Il quale vi ascolta ripetere i vostri borborigmi fantasiosi e, dopo quasi 10 minuti in cui vi affannate a mimare un accendigas (ma che vi siete fumati?) e a berciare “gaish“, urla gioioso che occhèi, ha capito! Vi conduce con vero entusiasmo verso uno scaffale e vi mette in mano un tubo flessibile del gas, lungo circa un metro. Voi lo guardate con un misto di tristezza e disperazione e l’entusiasmo del padrone si sgonfia come un pallone aerostatico bucato. Vi guardate con un filo d’odio e la manfrina riprende. Per altri dieci minuti mimate, urlate e create parole dal nulla. Il tizio si ri-illumina e ri-urla che occhèi, questa volta ha capito! E vi tira verso un enorme scaffale, indicandovi un metro di tubo del gas di plastica dura del diametro di 30 centimetri, tipo quelli che gli operai del gas mettono sotto l’asfalto dei marciapiedi dopo aver lavorato una mezza giornata di martello pneumatico. Lo ri-guardate con un pizzico di timore mistico: ma c’è o ci fa? Primo, com’è possibile che un negozio di fai-da-te abbia in stock tubi del gas per l’ingegneria civile; secondo, com’è possibile che un carioca pensi onestamente che un turista arrivi a Rio de Janeiro e abbia bisogno di un tubo del gas del diametro di quaranta-dico-quaranta centimetri? La cosa triste è che vi accorgete dal suo sguardo da cane bastonato e vi accorgete che no, non ci fa, davvero c’è. State per voltarvi e andarvene, quando inaspettatamente un lampo di vera e primordiale intelligenza attraversa i lobi frontali del microcefalo cerebroleso, che ri-emette un urlo di trionfo (il terzo) e vi porta una specie di estensore per accendini bic. Lo guardate con aria confusa, finché vi porge un accendino bic e ve lo sistema nell’apposita fessura: preme un pulsante occulto e, finalmente, lux facta est.

IV

Andate in banca a ritirare del denaro, e la tizia allo sportello vi chiede il passaporto. Voi glielo porgete e quella lo apre all’ultima pagina, dove, scritte a penna e in totale assenza di foto identificative, appaiono le generalità della persona da contattare in caso di emergenza. Guarda e riguarda, poi controlla lo schermo del suo computer, e afferma: ma questo non è il suo passaporto: il nome non corrisponde!

V

Al vostro albergo pensate con rammarico a quanto sia triste aver paura di chi parla diversamente, finché assistete a una scena che vi fa capire che al peggio non c’è fine. Una coppia di francesi dice a un cameriere dell’albergo: “parlez-vous français?” — quello ingrigisce e comincia a guardare circospetto a destra e a sinistra — e i due riprendono, urlando più forte e scandito, come se il problema fosse di sordità: “par-lez-vous-fran-çais?” — quello sbianca e chiama un collega — finché alla fine i due, stremati: “DÙ IÙ SPICK FRENCH?”

Seattle

November 29th, 2007

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Ogni volta che visito una nuova città cerco di andare a vedere la locale università (deformazione professionale). La più famosa di Seattle è l’Università di Washington. Immagino che metà di voi si stiano rompendo la testa cercando di spiegarsi come si chiamerà quindi l’università appena fuori dalla casa bianca, a Washington. In realtà la “University of Washington” è quella dello stato di Washington (in cui si trova Seattle), non della città. L’università si trova un po’ più a nord di Downtown, ed è circondata da librerie di seconda mano piene di libri interessantissimi e a ottimo prezzo: un saggio di Noam Chomski quando faceva ancora il grammatico/logico anziché il filosofo antiglobalista, un libro di Shanker su Gödel, dove si usa il linguaggio LISP per costruire una frase che dice di se stessa di non essere dimostrabile: e quindi se è dimostrabile la matematica è incoerente (c’è una contraddizione) e se non lo è, allora è come dice di essere (cioè non dimostrabile), e quindi vera: ma allora la matematica è incompleta (esistono frasi vere ma che non possono essere dimostrate) - un teorema che distrugge completamente il programma di Hilbert del 1900 e le speranze dei vari Frege, Russel e compagnia brutta, e che è considerato da molti come il risultato matematico più significativo del 1900. Mentre stavo davanti agli scaffali, beandomi dei millemila libri che ancora attendevano di essere aperti, una tizia improbabile passa e mi chiede qualcosa farfugliando. Non ho altre descrizioni: era davvero improbabile. Un cappello un po’ sporco e floscio a tesa larga da gangster di Chicago frollato nella bara qualche mese, un gilet da barista di infimo rango su una camicia di flanella pesante e dei jeans pieni di spennellate di vernice bianca. La faccia un po’ brufolosa da adolescente. Mi chiede che libri ci sono sulla cassa che sto usando come sgabello. Le dico che sono libri di matematica editi dalla Dover, sperando di spaventarla e lasciarmi il campo libero (di solito la gente normale non vuole avere a che fare con i matematici se può evitarlo - e ciò dicendo mi dichiaro ipso facto anormale, ma passi). Inoltre, se due matematici adocchiano lo stesso libro sugli scaffali poi finisce a botte, siamo gente molto territoriale: se davanti allo scaffale di teoria dei grafi c’è già qualcuno che guarda, io paziente spulcio i libri di analisi complessa - che non mi interessano - finché quello se ne va fuori dai coglioni. Invece lei si mette di fianco e comincia a guardare i libri (una vera indelicatezza). Dopo un po’ le chiedo, gentilmente, se è una matematica, come a dire, beh ma che diritto hai di star qui a romper le balle? Tanto si vedeva che non lo era: quella è una tenuta da artista pittrice, mica da matematica. I matematici sono molto sciatti - lei era sporca e sgualcita ma aveva uno stile preciso, cosa che un matematico considererebbe una vera perdita di tempo. E contro ogni probabilità, mi risponde di sì, che ha preso la laurea breve l’anno scorso e che adesso fa l’assistente didattica a un professore dell’Università di Washington. Viene fuori che è anche pittrice. Dopo qualche minuto, mi accorgo che è improbabile quanto i suoi vestiti. Ha passato l’estate nei boschi fuori Seattle, un mese dentro una tenda, da sola, e un altro mese all’addiaccio, con qualche amico. Cambia recapito ogni pochi mesi e se qualcuno vuole spedirle posta deve spedirla al padre, che potrebbe essere in grado di reperirla. Preferisce la campagna alle città perché when I’m in Seattle and I don’t shower three days, my hair gets really dirty; in the countryside that just doesn’t happen. Sebbene questo asserto possa in effetti gettare nello sconforto l’interlocutore, detto da lei suona perfettamente banale: e come fai a farti una doccia quotidiana se vivi nei boschi? Ma si sa, a Seattle piove spesso. Le chiedo come faccia a dormire letteralmente sotto la pioggia. Domanda idiota: “you get wet”. Beh prima di salutarci definitivamente ci presentiamo. Si chiama Devon, come la contea inglese. Pure il nome è strano.


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Un ristorante figo a Seattle: Typhoon (http://www.typhoonrestaurants.com/, 1400 Western Ave), per la bontà di quattro piatti su quattro. E uno da evitare: Koji Osakaya (http://www.seattle.com/koji-osakaya-japanese-restaurant/, sugli Harbor Steps, University Street), per la puzza intollerabile di fritto che resta sui vestiti per giorni, e per il servizio che definire scadente sarebbe una celebrazione.

Riprendo la parola per dirvi che sono a conoscenza del fatto che questo post contiene qualche allusione alla matematica ma devo ammettere di essere stata corrotta con libri, riviste e soprattutto tre stupendi vasetti provenienti dalla Chinatown locale e subito ribattezzati Brik, Brek e Brok.


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Seattle

November 23rd, 2007

Leo è stato a Seattle per motivi accademici (?), ma avendo maturato dentro di sè un’anima da food victim come la sottoscritta si è dedicato anche al lato mangereccio dela città.
Per chi soffrisse di serie allergie alla matematica, come me, posso garantire che il post è privo o quasi di riferimenti alla disciplina in questione. [in questa puntata, ma nella prossima... eh eh eh! --- princighigno]


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I’s just another food victim in the battle
between the salmons and the cookies and the teas
but I’ve paid my dues, collected the change and forsook my lease
gonna hitch a long, long hike the hell ouf of Seattle

Prima di partire per Seattle mi proponevo di andare a far la guerra a Bill Gates direttamente sul suo territorio. Poi ho guardato la mappa e ho capito che c’era il lago Washington in mezzo e che non avevo idea di come attraversarlo, e quindi ho lasciato perdere i propositi bellicosi e mi sono rintanato in Seattle Downtown.
Ho lasciato che i piedi mi guidassero, scartando i numerosi quanto indistinguibili barboni ad ogni angolo di something street con whatever avenue. Sembrano tutti uguali: barba rossastra, alti e allampanati, ragionevolmente sporchi ma non troppo (sospetto la pioggia), non profumati ma nemmeno così fastidiosi (sospetto il freddo). Ma come fanno a sopravvivere fuori, a quelle latitudini?
In ognuno vedevo il pioniere ottocentesco che si stabiliva alle periferie povere della corsa all’oro in Alaska, gente al limite del ferino, a grattare una stentata sopravvivenza dalla terra, dal lago e dal mare, altro che i fasti di Boston. I barboni di Seattle sono in realtà gli eroici pionieri e padri fondatori dell’estremo northwest. Solo che poi sono arrivati i damerini di Boston e hanno detto “ehi pioniere del cazzo fatti da parte che io a Boston lavoro guadagno pago pretendo e qui voglio fare la bèlla vita uè — e costruiscimi tre o quattro grattacieli, pirla, vai! Vai a laûrà, barbun”, e il pioniere che sarà stato puro e duro ma era anche un po’ ciula, ha preso il “barbun” alla lettera e da allora gira perso tra i grattacieli, angolo retto dopo angolo retto, mai una cazzo di curva e pochissime diagonali, sperando di ritrovare un fazzoletto di terra per piantarci le sue patate, le stesse ormai raggrinzite e germogliatissime che tiene in tasca dal 1864. Solo che poi, parlando con uno di questi pionieri, mi ha confermato di essere Croato, e mi ha confidato che gli slavi sono tutti incivili come bestie perchè mangiano troppa carne di maiale. Tra l’altro ho scoperto che la barba e i capelli, rossissimi, erano tinti (ma perchè un settantenne alla sussistenza investirebbe un capitale in una tinta arancione?). L’ho lasciato alla fermata del 174, sembrava un po’ perso ma molto amichevole.


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Il vero centro vitale di Seattle è Pike Market, che fedele al suo nome, nasce come mercato del pesce. Ci sono un sacco di pescivendoli che espongono ettari cubici di granchi e aragoste, salmoni freschi, affumicati e sotto pepe, cozze grosse come ostriche e ostriche grosse come seppie (e quei filistei te le servono fritte anziché mangiarsele crude. . . ). Nel più pittoresco tra gli stand del pesce, quando ordini un salmone il tizio al banco urla qualcosa di inintelligibile al tizio più vicino ai salmoni, tutti i pescivendoli insieme fanno un urlo di guerra, e il salmone viene afferrato e tirato. Fa una decina di metri in aria e atterra nelle mani esperte del tizio alla bilancia, che lo pesa, lo incarta, te lo mette in mano e ti preleva direttamente i soldi dal portafoglio — cioè, questo succede la maggior parte delle volte. In un’esigua minoranza, il tizio dei salmoni tira il pesce e sbaglia mira, atterrando un ignaro passante. A Seattle succede di essere colpiti dai pesci volanti. Degni di nota, a Pike’s market, i seguenti.

  • La biscotteria, con biscottoni grossi come bistecche fiorentine, e sempre freschissimi (Cinnamon Works, 1530 Pike Place).
  • Il pianista ambulante appena fuori (ha un piano verticale su ruote), che canta e
    suona con ogni tempo.
  • Il questuante-imbonitore misterioso, che non si sa cosa venda: attira una gran folla con un banchetto di legno su cui sta il suo placido gattone soriano grigio. Da quello che ho capito, è una sorta di Lucy Van Pelt (“The doctor is IN”) che fa la psicanalisi a Charlie Brown. Psicanalizza i passanti per qualche moneta, e come cura propone di accarezzare il suo gatto (felinoterapia — la faccio anch’io ogni tanto con il salame omonimo), oppure forse è il gatto che psicanalizza e lui interpreta i pareri del gatto.
  • La libreria più anarchica del mondo: disposizione locali incasinata stile “Shakespeare and Company” di Parigi, e un cartello che dice: PROPERTY IS THEFT . . . however, until all the world is a library, we keep some here for sale. If you feel the sudden urge to proletarian expropriation, please serve yourself at your friendly, neighbourly richly stocked corporate bookshop.
    In vendita, selezionati per voi: (a) migliaia di opuscoli di fattura artigianale con titoli tipo “il movimento anarcooperaio nelle langhe nel primo dopoguerra” (non scherzo, la cosa più strana è che
    fosse scritto in inglese da autore americano — ma checcazzo si fumavano a Berkeley nel ’68?); (b) il libro “Porn Studies”, una serissima collezione di pubblicazioni accademiche a nome di due editor che immagino preparatissimi sull’argomento (mai quanto me), piena di analisi sociali e quasi del tutto priva di foto ghiotte, sì beh un paio in bianco e nero; (c) una maglietta con la foto di tre pellerossa incazzati che imbracciano il fucile e sotto la scritta “fighting terrorism since 1492″.
  • Il fruttivendolo più caro del mondo: una mela a un dollaro e ottanta cents (alternativamente: il turista più coglione del mondo — io).

[continua]