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Muffin con pere, cioccolato e dulce de leche

June 23rd, 2008


Con questi muffin finisce il secondo vasetto di dulce de leche, quindi vi prometto che almeno fino a quando non trovo il tempo di rifarlo non vi ossessionerò più, e dato che ora di tempo per soddisfare un puro capriccio di golosità come solo il dulce de leche può esserlo ne ho poco, pochissimo, chi è stufo può tirare un sospiro di sollievo. Read the rest of this entry »

Vegan Sandwich

June 18th, 2008

C’era una volta Tastespotting, un sito geniale che raccoglieva foto in miniatura esclusivamente di cibo, ciascuna connessa direttamente alla fonte, molto spesso un foodblog, in cui si trovava la foto in dimensione originale e la relativa ricetta. Qualche giorno fa purtroppo è stato inaspettatamente chiuso, ma poco prima che questa piccola disgrazia della foodsfera si abbattesse su di noi avevo dato un’occhiata e avevo notato un bellissimo sandwich vegan, la didascalia diceva qualcosa come “vegan sandwich completo con bacon di seitan e maionese di tofu”. Read the rest of this entry »

Dolce di tofu silk e dulce de leche

June 16th, 2008

Da quando ho scoperto un’ottima ricetta per preparare il dulce de leche senza partire dal latte condensato ne sono diventata sempre più appassionata tanto che credo di averlo ormai iscritto tra i miei ingredienti feticcio. Terminato il primo vasetto ne ho rifatta un’altra porzione e ho notato che prolungando il tempo di cottura a bagnomaria il dulce de leche acquista una consistenza ancora più densa, diventando quasi un mou. Non sono d’accordo con chi dice che la vaniglia è opzionale, uno dei piaceri del dulce de leche consiste proprio nel sentirne i semini neri che scivolano tra i denti con la loro ineguagliabile consistenza leggiadra. Read the rest of this entry »

Cha soba

June 13th, 2008



La soba è una pasta giapponese a base di farina di grano saraceno, la cha soba, come suggerisce il nome stesso non è altro che una variante aromatizzata al tè verde matcha, cha significa infatti tè. Amo i noodles in generale e la soba non fa eccezione, e questa versione verde la considero un po’ una coccola, visto l’ingrediente che la caratterizza. È ideale come cibo estivo, la soba cuoce in pochi minuti, anzi bisogna essere attenti a non scuocerla, e poi si raffredda con un getto di acqua fredda in modo da fermarne definitivamente la cottura. Io la gusto semplicemente intingendone delle piccole porzioni nella salsa di soya aromatizzata con il wasabi, ma si presta anche ad essere arricchita di qualche verdura cotta al vapore. L’alga nori rende il piatto ancora più gustoso e la presentazione accattivante.


Cha soba
cha soba 100 g
salsa di soya
wasabi
alga nori 1/2 foglio tagliato a striscioline

Portate a bollore una pentola di acqua, cuocete la soba per il tempo indicato, in genere 4- 5 minuti, deve essere rigorosamente al dente. Scolatela e fermate la cottura raffreddando con dell’acqua fredda corrente, scolatela nuovamente. Impiattatela e cospargete di striscioline di alga nori. Servite con una ciotolina contenente la salsa di soya e il wasabi.

Ricette con soba
Soba con sgombro alla lavanda
Soba con zuppa di vongole
Soba con seppie e coste allo zenzero
Soba con tonno ai pistacchi

La cha soba e altri ingredienti della cucina giapponese si trovano in vari negozi del quartiere giapponese situato nel II arrondissement a Parigi. Le fermate del metro più vicine sono Pyramides, Bourse e Palais royale :
Ace Mart
63, rue Sainte-Anne

Juji Ya
46 rue Sainte-Anne, 75002 Paris

Kioko
Epicerie japonaise
46 rue des Petits Champs

Fala lentamenci!

June 11th, 2008

Come me anche Leo è malinconico verso Rio de Janeiro, e decisamente quello di cui sente maggiormente la mancanza non sono le onde a Ipanema o la caipirinha sorseggiata mentre si mangia il churrasco e tanto meno l’orchidario. Quello che gli manca sono i carioca, gli abitanti di Rio. Gli passo la parola.



Adoro Rio de Janeiro e i suoi abitanti. Ci vado ogni due anni e resto laggiù un periodo che va da una settimana a un mese. Vado a trovare due miei cari amici e colleghi, e passo un po’ di tempo a lavorare e a nuotare nelle meravigliose onde della spiaggia di Ipanema. Mi trovo bene con loro in particolare e con quasi tutti brasiliani in generale. Proprio perché li amo, mi sento in diritto di mettere in evidenza alcune loro stranezze che mi hanno colpito. Faccio questo cappello introduttivo per smorzare le possibili ire di un potenziale permaloso lettore brasiliano che si trovasse a leggere queste parole.

I

I brasiliani hanno paura di noialtri (il resto del mondo). La paura è di carattere linguistico, e l’effetto è molto carino soprattutto sulla pelle color caffelatte: quando gli si parla in qualunque lingua, anche in un portoghese non perfettamente madrelingua, e cioè quando capiscono di avere a che fare con un ripugnante straniero, stingono. Impallidiscono come un tabacco fumato: da marrone a cenere. Di solito, il cambiamento cromatico è accompagnato da altri interessanti fenomeni: dilatazione della pupilla, espressione estremamente preoccupata, al limite leggero tremolìo delle labbra, e prudente movimento del capo a destra e poi a sinistra per trovare con gli occhi un altro brasiliano a cui rivolgersi per affetto e comprensione, e soprattutto a cui sbolognare la seccatura. Questo comportamento è diffuso soprattutto per strada (dove chiedete indicazioni) e nei negozi (dove chiedete spiegazioni), e non dipende dal colore della pelle: i brasiliani di colore bianco si comportano allo stesso modo, solo che l’effetto non è così evidente. Anzi, evidenci.

Supponiamo che abbiate a che fare con un dipendente di un negozio di Rio de Janeiro. Il tipo di negozio, il sesso e il colore della pelle del dipendente non hanno alcuna importanza. Indipendentemente dalla lingua che userete e dalla vostra espressione (gentile? sorridente? sbarazzina? aggressiva? incazzosa?), la prime reazioni saranno lo sbiadimento della pelle e il movimento del capo sopra descritti, non di rado accompagnati da un verso particolare che emette il brasiliano tipico in questi casi: “não falo ingles”. Notare che il verso non viene emesso, come nella maggior parte dei mammiferi, bensì cantato con modulazione lagnosa/nasale (particolarità del portoghese carioca; a descriverlo così suona sgradevole ma in realtà non lo è). Notare anche che il verso è identico anche se si gli stavate parlando in italiano, francese, spagnolo, portoghese maccheronico, tedesco e, ahimé, ingleis.

II

Supponiamo che vi troviate in un supermercato di quelli grossi, pieno di gente che fa la spesa, commessi da tutte le parti, e che vi aggiriate per gli scaffali con la gola riarsa, cercando una bottiglia d’acqua. Troverete papaye giganti e avocados grossi come zucche, ma non l’acqua. Troverete migliaia di tipi di biscottini e salatini fritti, centinaia di bottiglie di vino importate dai prezzi inavvicinabili, ma non l’acqua. Troverete altresì frutta e verdura di foggia e colori strani, di cui ignoravate l’esistenza e continuereste beati a ignorarla se solo vi dessero un bicchier d’acqua, ma non ’sta di acqua. Allora vi deciderete a avvicinare un altro cliente, perché i commessi li evitate come la peste, dato che avete già osservato i loro caratteri comportamentali tipici. Gli direte, prima in italiano perché vi siete già resi conto (come siete furbi!) che il portoghese è una lingua latina, “Acqua, per favore? acqua? Bottiglia?” Il cliente si spaventerà un pochino ma poi si ricorderà che nessuna regola sociale gli impone di rispondervi, dato che sa che i commessi sono lì apposta per aiutare i clienti. Quindi vi elargirà un sorriso di compatimento per i vostri borborigmi, un sorriso un po’ storto e molto dispiaciuto, il tipo di sorriso che dice “vedo che sei purtroppo figlio di un dio minore e che ti esprimi solo con versi animaleschi, per favore non farmi male, potresti andar via e rivolgiti a qualcun altro? please?“. Allora bestemmiando direte anche “Agua? Agua? Come si dice acqua in portoghese, porco qui e porco là”, ma quello, sempre tenendo il suo di sorriso ben visibile, si allontanerà in fretta, fingendo interesse per una goiaba colossale poco distante. Voi, sempre più riarsi, vi arrenderete all’evidenza e cercherete con gli occhi un commesso. Abbracciando lo spazio con lo sguardo vi renderete conto che tutti i commessi si sono nascosti dietro vari scaffali, velocissimi, annusando il pericolo, come un’antilope in presenza di un ghepardo. Dopo molto girare di angoli in modo abrupto ne beccherete uno di sorpresa e gentilissimamente gli direte la parola “acqua” in tutte le lingue di cui disponete, compreso anche un antico dialetto maya e ovviamente in portoghese stesso, che però non parlate con accento madrelingua (la differenza è che in portoghese “agua” si scrive con l’accento acuto sulla ‘a’: água — ma questo lo scoprirete molto dopo, e comunque come si pronuncia un accento acuto sulla ‘a’? Non ha senso!). Quello impallidirà, anzi ingrigirà, e, dopo aver prudentemente guardato a destra e a sinistra, chiamerà un collega, che suo malgrado accorrerà, liberando il commesso del rognosissimo impiccio. Voi ripeterete la stessa parola, arricchendola del termine “bottiglia” detto in varie lingue, più varî scomposti movimenti delle braccia che secondo una vostra personale teoria dovrebbero mimare una persona che si porta un’immaginaria bottiglia alla bocca e ingolla liquidi paradisiaci per diversi lunghi secondi con sommo sollazzo. Arriverete persino a dire “glu glu glu” e, per essere convincenti, un soddisfattissimo “aaahhhhh!” finale, con dorso della mano che asciuga l’invisibile acqua depositata sulle vostre labbra (è ovvio che questa evocazione dell’acqua non solo vi va sentire ancora più sete di quanta ne aveste già, ma vi causa anche un improvviso bisogno di svuotare la vescica, per un più completo discomfort personale). Il tipo davanti a voi ingrigirà, guarderà a destra e a sinistra, chiamerà un collega e fuggirà, infingardo. Il collega non si avvicinerà ma vi avvicinerete voi a lui con passo deciso, percorrendo a grandi falcate lunghi banchi ricolmi di banane e ananas dal mignon all’extra-large, ripetendo le stesse parole con un tantino più di aggressività. Il tipo resterà impietrito un attimo, poi in fretta ingrigirà, guarderà a dx e sx, ecc. Dopo qualche minuto siete davvero spaventosi nel vostro berciare agua e glu glu glu, vi muovete da un capo all’altro del supermercato in pochi secondi, e i commessi vi sfuggiranno avendone finalmente ben donde. Non avete ottenuto l’acqua ma almeno adesso vi sfuggono perché davvero fate paura. Siete a un passo dall’addentare un lime grosso come un pallone da calcio per suggerne il nettare, quando il responsabile del supermarket vi raggiunge e vi chiede, amabile “Você queira água?” Voi esultate, dite sì, sì, nella vostra testa si affollano immagini di bottiglie d’acqua, no anzi pacchi da 6 bottiglie, no anzi da 12, da 24, 48 bottiglie d’acqua, tutti vostri, e potrete comprarle e bervele tutte, sì, le volete, ah, che bello!!! …il tizio vi interrompe nel vostro orgasmo, vi dice di seguirlo e vi porta a un insignificante baretto interno al supermercato, al quale con molta prudenza il barista, cercando di non incrociare il vostro sguardo, vi serve un minuscolo bicchiere pieno d’acqua di rubinetto.

Uscirete sconfitti, assetati, e convinti che nei supermercati brasiliani l’acqua in bottiglia non si venda affatto.



III

Siete ospiti da amici. Costoro hanno una cucina ma non la usano, preferendo mangiare fuori o delegare tutto alla persona di servizio. A voi piace cucinare e quindi un bel giorno decidete di usare i fornelli. Dopo qualche minuto avete esaurito i fiammiferi: circa una cinquantina di cui al massimo 10 ancora funzionanti, e avete una mano semiustionata perché i fornelli in questione si accendono con una specie di esplosione. Decidete che per la vostra salute fisica avete bisogno di un accendigas (meschini! non sapete ancora quanto la vostra salute mentale né risentirà). Uscite di casa, andate in quel negozietto giù all’angolo, un po’ bizzarro, di quelli che hanno tutto: ferramenta-idraulica-faidate-tutto per la casa-ricambi auto-ciclista-succhi di frutta (onnipresenti). Entrate, vi guardate in giro con sguardo felino, e con abile mossa vi appropinquate a uno dei due commessi (il vostro cervello, ormai in modalità guerra tattica, ha già suddiviso il territorio di battaglia in una griglia di cui ha velocemente calcolato le coordinate; ogni movimento è controllato e volto a non dare al commesso la possibilità di fuggire). Gli fate un bel sorriso e aspettate il suo “bom dia”. Voi replicate bongìa e quello ingrigisce, come previsto dal protocollo; mentre la sua testa comincia prudentemente a girarsi a destra e a sinistra per cercare un collega a cui sbolognarvi, di scatto gli afferrate il braccio (da grigio passa a cadaverico) e gli dite, cantando con voce nasale “falamos uma lengua latina tudos os doish, podemos se comprender si você fala lentamenci“, in un misto di italiano, spagnolo e portoghese carioca. Quello ormai è atterrito, non osa muoversi (anche perché non gli lasciate il braccio), e attende il peggio. Aprite la bocca, ormai quasi certi della vittoria, la lasciate aperta, stile pesce rosso, qualche secondo in cui tutto, nel negozio, sembra fermarsi, e realizzate che non avete alcuna idea di come si dica “accendigas” in carioca. Allora improvvisate: “você tein um accengigaish?” — il tipo diventa bianco come un cencio — “light? fire?” — il tipo è allo svenimento — “laicc’“, ripetete, ricordandovi che in carioca tutto quello che finisce in -ight, si pronuncia -aicc’, tipo “coca laicc’” — il tipo si divincola, fugge lontano e vi manda il padrone del negozio. Il quale vi ascolta ripetere i vostri borborigmi fantasiosi e, dopo quasi 10 minuti in cui vi affannate a mimare un accendigas (ma che vi siete fumati?) e a berciare “gaish“, urla gioioso che occhèi, ha capito! Vi conduce con vero entusiasmo verso uno scaffale e vi mette in mano un tubo flessibile del gas, lungo circa un metro. Voi lo guardate con un misto di tristezza e disperazione e l’entusiasmo del padrone si sgonfia come un pallone aerostatico bucato. Vi guardate con un filo d’odio e la manfrina riprende. Per altri dieci minuti mimate, urlate e create parole dal nulla. Il tizio si ri-illumina e ri-urla che occhèi, questa volta ha capito! E vi tira verso un enorme scaffale, indicandovi un metro di tubo del gas di plastica dura del diametro di 30 centimetri, tipo quelli che gli operai del gas mettono sotto l’asfalto dei marciapiedi dopo aver lavorato una mezza giornata di martello pneumatico. Lo ri-guardate con un pizzico di timore mistico: ma c’è o ci fa? Primo, com’è possibile che un negozio di fai-da-te abbia in stock tubi del gas per l’ingegneria civile; secondo, com’è possibile che un carioca pensi onestamente che un turista arrivi a Rio de Janeiro e abbia bisogno di un tubo del gas del diametro di quaranta-dico-quaranta centimetri? La cosa triste è che vi accorgete dal suo sguardo da cane bastonato e vi accorgete che no, non ci fa, davvero c’è. State per voltarvi e andarvene, quando inaspettatamente un lampo di vera e primordiale intelligenza attraversa i lobi frontali del microcefalo cerebroleso, che ri-emette un urlo di trionfo (il terzo) e vi porta una specie di estensore per accendini bic. Lo guardate con aria confusa, finché vi porge un accendino bic e ve lo sistema nell’apposita fessura: preme un pulsante occulto e, finalmente, lux facta est.

IV

Andate in banca a ritirare del denaro, e la tizia allo sportello vi chiede il passaporto. Voi glielo porgete e quella lo apre all’ultima pagina, dove, scritte a penna e in totale assenza di foto identificative, appaiono le generalità della persona da contattare in caso di emergenza. Guarda e riguarda, poi controlla lo schermo del suo computer, e afferma: ma questo non è il suo passaporto: il nome non corrisponde!

V

Al vostro albergo pensate con rammarico a quanto sia triste aver paura di chi parla diversamente, finché assistete a una scena che vi fa capire che al peggio non c’è fine. Una coppia di francesi dice a un cameriere dell’albergo: “parlez-vous français?” — quello ingrigisce e comincia a guardare circospetto a destra e a sinistra — e i due riprendono, urlando più forte e scandito, come se il problema fosse di sordità: “par-lez-vous-fran-çais?” — quello sbianca e chiama un collega — finché alla fine i due, stremati: “DÙ IÙ SPICK FRENCH?”

Ciliegie e orchidee

June 10th, 2008

Appena tornata da Rio mi è stato fatto dono di un bel cestino di ciliegie selvatiche. Piccolette, scarlatte e con un sapore intenso e acidulo mi hanno subito proiettato in direzione di un clafoutis.
Il clafoutis è un tipico dolce francese che si può preparare con vari tipi di frutta tra cui mele, pere e albicocche. La classica ricetta con le ciliegie innesca l’eterno dubbio: denocciolare o meno i golosi fruttini? In generale io le ho sempre denocciolate, le ciliegie che si acquistano tendono ad essere abbastanza grosse e così il relativo nocciolo, quindi l’idea di lasciarlo nel dolce mi sembra poco sicura. Invece con queste ciliegine selvatiche mi sono sentita maggiomente fiduciosa e ho fatto il mio primo clafoutis di ciliegie con noccioli inclusi. Il sapore devo dire si arricchisce di una sfumatura aromatica che non so descrivere a parole ma che ho trovato piacevolissima e i piccoli noccioli non hanno disturbato nemmeno i denti della nonna.
;)

Clafoutis di ciliegie

ciliegie 200 g
uova 3
zucchero 60 g
latte 3 dl
farina 100 g

Lavate e asciugate le ciliegie. Sbattete le uova con lo zucchero, unite la farina setaccciata e il latte a filo. Disponete le ciliegie in 6 stampi monoporzione, vanno bene anche dei pirottini usa e getta, e ripartitevi uniformente l’impasto. Mettete nel forno già caldo a 180 e cuocete per 35 minuti. Serviteli tiepidi, cosparsi di zucchero a velo.


Per venire alla seconda parte del titolo vi lascio alcune foto che ho fatto nell’orchidario che si trova all’interno del giardino botanico di Rio e che resta, non mi stancherò mai di ripeterlo, uno dei luoghi piu` incantevoli che abbia visto in città.
In una serra tinteggiata di bianco, questi fiori meravigliosi sono protagonisti assoluti, prosperano rigogliosi nell’umidità con i loro colori assoluti, e l’eleganza esotica che li caratterizza.

Feira hippie di Ipanema

June 8th, 2008

Sono rientrata in Italia da qualche giorno, ma un fastidioso jet lag ha inciso sul mio ritmo che si è un po’ rallentato e illanguidito sia nel blog che in una serie di faccende. Grazie a tutti coloro che passano di qui per confidarmi il successo di una ricetta, chiedermi come sto o semplicemente salutarmi, ne sono lusingata :)
Una settimana fa a Rio pioveva disperatamente e il cielo era scuro e minaccioso, la feira hippie, evento domenicale imperdibile se vi trovate in città, aveva un’atmosfera completamente diversa da quella che trasmettono le foto che avevo scattato una settimana prima. Era un po’ disabitata e spettrale, ho fatto una visita breve, poi dopo essermi annacquata per bene, sono tornata in albergo.
La fiera a dispetto del nome è frequentata da ben pochi hippie, piuttosto brulica di turisti, ma si trovano degli oggetti di artigianato apprezzabili. Ceramiche cotte ad alta temperatura, tappeti di cotone e vassoi di vimini sono quelli che mi hanno stuzzicato, ma c’erano anche dei begli abiti, e pelletteria.

In due angoli opposti della piazza general osorio si trovano dei chioschetti che somministrano cibo di Bahia, terra che conosco attrverso i colorati romanzi di Jorge Amado. Gestiti da donne abbigliate di abiti bianchi con stupendi ricami, considero questi luoghi di ristoro le vere attrazioni della fiera.
Sarà per il profumo del cibo, il colore, la gestualità con cui lo preparano. Mi trasmettono allegria e non smetterei mai di guardarle, anzi vorrei unirmi a loro e aiutarle.

Nella parte centrale della piazza invece artisti carioca espongono le loro opere, spesso ispirate dalla società contemporanea; molte parlano delle favela, realtà drammatiche in cui milioni di persone vivono nelle miseria totale. Tele, tessuti dipinti ma anche vere e proprie opere di ingegno come il fondo di lattina in cui un giovane artista ha racchiuso una veduta della spiaggia di Ipanema che osservo in questo momento con malinconia.


Informazioni

Feira hippie
Piazza General Osório
Ipanema
Rio de Janeiro
Tutte le domeniche dalle 9.00 alle 18.00
Sito

Confeitaria Colombo

June 1st, 2008

La Confeitaria Colombo è un luogo nato per celebrare la malinconia per il paese natio, il Portogallo, che due immigranti avevano abbondonato verso la fine del xix secolo per cercare fortuna nel Nuovo Continente. Situata in una via del Centro, un quartiere storico di Rio, la sala da tè esibisce con orgoglio le scelte architettoniche e di arredamento effettuate più di cento anni fa, incarnando l’ allure Belle Èpoque che doveva essere consolatoria per chi proveniva dall’Europa e squisitamente esotica per i locali. Nel complesso la stanza principale risulta cupa nonostante le pareti siano punteggiate di lampade liberty, corolle luminose di vetro e ottone. Gli specchi di cristallo illudono sulle reali dimensioni del locale e permettono di apprezzare al meglio le opulente intarsiature nelle cornici di legno.
Spiando l’ordine fatto ad un altro tavolo scopro con disappunto che il tè servito è quello appartenente ad una nota marca che non apprezzo affatto. Ripiego su una semplice acqua minerale per accompagnare il pastel de Belém, un tipico dolce portoghese nato dall’abilità delle monache di Belem, una parrocchia di Lisbona. Una crosta di pasta sfoglia racchiude una crema gialla di uova e profumata di cannella, forse un pizzico in meno in questo caso avrebbe reso i sapori maggiomente bilanciati.


Leo legge un libro di matematica acquistato in una delle tante librerie antiquarie delle zona. Io invece mentre mangio il mio dolcetto osservo gli altri avventori, fare people watching è una tipica attività qui, e non si limita alla spaiggia. Turisti ce ne sono tanti e spesso coinvolgono i camerieri in improbabili foto di gruppo, ma noto anche la presenza di tanti carioca, gli abitanti di Rio infatti amano questa sala da tè sin dagli albori: rilassati gruppi di amici, colazioni di lavoro ma anche coppie anziane che sbocconcellano i dolcetti, ingannando un paio di ore di un pomeriggio afoso d’autunno.

Confeitaria Colombo
Rua Goncalves Dias 32
Centro
Rio de Janeiro