Il Pranzo di Babette » 2007 » November

Cheesecake light di quinoa soffiata

November 29th, 2007

Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Credo che cambierò nome al blog. Pensavo ad una cosa come “Il cheesecake di Babette” vista la presenza ormai imbarazzante di questo dessert declinato in svariati esemplari sul blog di una che pensava di non amare il cheesecake. La quinoa la mangio almeno una volta a settimana da quando l’ho provata l’anno scorso, ma in versione soffiata l’ho scovata solo di recente in un negozio biologico e mi è stata subito simpatica: ha un lievissimo sapore di nocciola molto gradevole. Questo cheesecake è un dessert leggero ed è perfetto anche per coccolarsi con una colazione inusuale e colorata.

Cheesecake light di quinoa soffiata

per 4 piccoli bicchieri

quinoa soffiata 40
lamponi 2 vaschette
malto di grano 6 cucchiai + 2 per decorare
ricotta 500 g
semi di zucca a piacere

Lavate e asciugate i lamponi. Frullateli con la ricotta e il malto tenendone da parte qualcuno. Lasciate riposare la crema una ventina di minuti in frigorifero.
Prendete 4 bicchierini e riempiteli alternando a strati la quinoa soffiata e
la crema di ricotta. Finite con uno strato di quinoa. Aggiungete un cucchiaino di malto e decorate con un lampone e a piacere con dei semi di zucca tritati grossolanamente.

Direttamente da “Il cheesecake di Babette” ;)

- Cheesecake alle pesche
Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

- Cheesecake al kumquat
Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

-Cheesecake giapponese
Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Posted in Creme Dolci, Quinoa | 25 Comments »

Seattle

November 29th, 2007

Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Ogni volta che visito una nuova città cerco di andare a vedere la locale università (deformazione professionale). La più famosa di Seattle è l’Università di Washington. Immagino che metà di voi si stiano rompendo la testa cercando di spiegarsi come si chiamerà quindi l’università appena fuori dalla casa bianca, a Washington. In realtà la “University of Washington” è quella dello stato di Washington (in cui si trova Seattle), non della città. L’università si trova un po’ più a nord di Downtown, ed è circondata da librerie di seconda mano piene di libri interessantissimi e a ottimo prezzo: un saggio di Noam Chomski quando faceva ancora il grammatico/logico anziché il filosofo antiglobalista, un libro di Shanker su Gödel, dove si usa il linguaggio LISP per costruire una frase che dice di se stessa di non essere dimostrabile: e quindi se è dimostrabile la matematica è incoerente (c’è una contraddizione) e se non lo è, allora è come dice di essere (cioè non dimostrabile), e quindi vera: ma allora la matematica è incompleta (esistono frasi vere ma che non possono essere dimostrate) - un teorema che distrugge completamente il programma di Hilbert del 1900 e le speranze dei vari Frege, Russel e compagnia brutta, e che è considerato da molti come il risultato matematico più significativo del 1900. Mentre stavo davanti agli scaffali, beandomi dei millemila libri che ancora attendevano di essere aperti, una tizia improbabile passa e mi chiede qualcosa farfugliando. Non ho altre descrizioni: era davvero improbabile. Un cappello un po’ sporco e floscio a tesa larga da gangster di Chicago frollato nella bara qualche mese, un gilet da barista di infimo rango su una camicia di flanella pesante e dei jeans pieni di spennellate di vernice bianca. La faccia un po’ brufolosa da adolescente. Mi chiede che libri ci sono sulla cassa che sto usando come sgabello. Le dico che sono libri di matematica editi dalla Dover, sperando di spaventarla e lasciarmi il campo libero (di solito la gente normale non vuole avere a che fare con i matematici se può evitarlo - e ciò dicendo mi dichiaro ipso facto anormale, ma passi). Inoltre, se due matematici adocchiano lo stesso libro sugli scaffali poi finisce a botte, siamo gente molto territoriale: se davanti allo scaffale di teoria dei grafi c’è già qualcuno che guarda, io paziente spulcio i libri di analisi complessa - che non mi interessano - finché quello se ne va fuori dai coglioni. Invece lei si mette di fianco e comincia a guardare i libri (una vera indelicatezza). Dopo un po’ le chiedo, gentilmente, se è una matematica, come a dire, beh ma che diritto hai di star qui a romper le balle? Tanto si vedeva che non lo era: quella è una tenuta da artista pittrice, mica da matematica. I matematici sono molto sciatti - lei era sporca e sgualcita ma aveva uno stile preciso, cosa che un matematico considererebbe una vera perdita di tempo. E contro ogni probabilità, mi risponde di sì, che ha preso la laurea breve l’anno scorso e che adesso fa l’assistente didattica a un professore dell’Università di Washington. Viene fuori che è anche pittrice. Dopo qualche minuto, mi accorgo che è improbabile quanto i suoi vestiti. Ha passato l’estate nei boschi fuori Seattle, un mese dentro una tenda, da sola, e un altro mese all’addiaccio, con qualche amico. Cambia recapito ogni pochi mesi e se qualcuno vuole spedirle posta deve spedirla al padre, che potrebbe essere in grado di reperirla. Preferisce la campagna alle città perché when I’m in Seattle and I don’t shower three days, my hair gets really dirty; in the countryside that just doesn’t happen. Sebbene questo asserto possa in effetti gettare nello sconforto l’interlocutore, detto da lei suona perfettamente banale: e come fai a farti una doccia quotidiana se vivi nei boschi? Ma si sa, a Seattle piove spesso. Le chiedo come faccia a dormire letteralmente sotto la pioggia. Domanda idiota: “you get wet”. Beh prima di salutarci definitivamente ci presentiamo. Si chiama Devon, come la contea inglese. Pure il nome è strano.


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Un ristorante figo a Seattle: Typhoon (http://www.typhoonrestaurants.com/, 1400 Western Ave), per la bontà di quattro piatti su quattro. E uno da evitare: Koji Osakaya (http://www.seattle.com/koji-osakaya-japanese-restaurant/, sugli Harbor Steps, University Street), per la puzza intollerabile di fritto che resta sui vestiti per giorni, e per il servizio che definire scadente sarebbe una celebrazione.

Riprendo la parola per dirvi che sono a conoscenza del fatto che questo post contiene qualche allusione alla matematica ma devo ammettere di essere stata corrotta con libri, riviste e soprattutto tre stupendi vasetti provenienti dalla Chinatown locale e subito ribattezzati Brik, Brek e Brok.


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Cheesecake giapponese al kumquat

November 24th, 2007



I più attenti tra di voi avranno notato che per la seconda volta vi propongo una foto che mostra solo una fetta del cheesecake giapponese di cui vi avevo già illustrato la ricetta. I motivi sono in primo luogo di ordine stilistico, oggi ad esempio volevo rendere l’idea della colazione, avrete notato il giornale, lo so che è in giapponese e io non lo leggo, ma suvvia volevo trasmettere un pizzico di ambientazione, e marginalmente di natura pratica. Ho un dubbio. Non avrete mica pensato che non riesco a fotografare il cheesecake intero perchè è troppo buono per resistere senza mangiarne subito un pezzo?! [E poi un altro. E ancora. Oddio fermatemi!]
Eh no, mi offendo, del resto si sa che sono permalosa. Anzi per confermare la mia scelta stilistica quando proverò la variante al matcha ne vedrete una fetta ancora più piccola, siete avvisati.

Cheesecake giapponese al kumquat

formaggio tipo philadelphia 150 g
burro 50 g
uova 3
zucchero 80 g
farina 40 g
latte 50 ml
kumquat 3-4

Ponete il burro e il formaggio a temperatura ambiente in una ciotola. Grattugiate i kumquat e schiacciandoli estraete il succo. Mescolate burro e philadelphia, quando avrete una crema densa ma liscia unite buccia e succo dei kumquat, il latte, i tuorli, il succo e la scorza di limome, senza smettere di mescolare. Incorporate la farina setacciata. Montate a neve ferma gli albumi e lo zucchero e incorporateli delicatamente al composto. Versate l’impasto in una tortiera di 22 cm di diametro foderata di carta oleata, quindi ponete la tortiera in una teglia da forno riempita di acqua calda e cuocete in forno caldo a 150 gradi per 55 minuti. Sfornate su una gratella per dolci.


Posted in Dolci | 17 Comments »

Seattle

November 23rd, 2007

Leo è stato a Seattle per motivi accademici (?), ma avendo maturato dentro di sè un’anima da food victim come la sottoscritta si è dedicato anche al lato mangereccio dela città.
Per chi soffrisse di serie allergie alla matematica, come me, posso garantire che il post è privo o quasi di riferimenti alla disciplina in questione. [in questa puntata, ma nella prossima... eh eh eh! --- princighigno]


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

I’s just another food victim in the battle
between the salmons and the cookies and the teas
but I’ve paid my dues, collected the change and forsook my lease
gonna hitch a long, long hike the hell ouf of Seattle

Prima di partire per Seattle mi proponevo di andare a far la guerra a Bill Gates direttamente sul suo territorio. Poi ho guardato la mappa e ho capito che c’era il lago Washington in mezzo e che non avevo idea di come attraversarlo, e quindi ho lasciato perdere i propositi bellicosi e mi sono rintanato in Seattle Downtown.
Ho lasciato che i piedi mi guidassero, scartando i numerosi quanto indistinguibili barboni ad ogni angolo di something street con whatever avenue. Sembrano tutti uguali: barba rossastra, alti e allampanati, ragionevolmente sporchi ma non troppo (sospetto la pioggia), non profumati ma nemmeno così fastidiosi (sospetto il freddo). Ma come fanno a sopravvivere fuori, a quelle latitudini?
In ognuno vedevo il pioniere ottocentesco che si stabiliva alle periferie povere della corsa all’oro in Alaska, gente al limite del ferino, a grattare una stentata sopravvivenza dalla terra, dal lago e dal mare, altro che i fasti di Boston. I barboni di Seattle sono in realtà gli eroici pionieri e padri fondatori dell’estremo northwest. Solo che poi sono arrivati i damerini di Boston e hanno detto “ehi pioniere del cazzo fatti da parte che io a Boston lavoro guadagno pago pretendo e qui voglio fare la bèlla vita uè — e costruiscimi tre o quattro grattacieli, pirla, vai! Vai a laûrà, barbun”, e il pioniere che sarà stato puro e duro ma era anche un po’ ciula, ha preso il “barbun” alla lettera e da allora gira perso tra i grattacieli, angolo retto dopo angolo retto, mai una cazzo di curva e pochissime diagonali, sperando di ritrovare un fazzoletto di terra per piantarci le sue patate, le stesse ormai raggrinzite e germogliatissime che tiene in tasca dal 1864. Solo che poi, parlando con uno di questi pionieri, mi ha confermato di essere Croato, e mi ha confidato che gli slavi sono tutti incivili come bestie perchè mangiano troppa carne di maiale. Tra l’altro ho scoperto che la barba e i capelli, rossissimi, erano tinti (ma perchè un settantenne alla sussistenza investirebbe un capitale in una tinta arancione?). L’ho lasciato alla fermata del 174, sembrava un po’ perso ma molto amichevole.


Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket

Il vero centro vitale di Seattle è Pike Market, che fedele al suo nome, nasce come mercato del pesce. Ci sono un sacco di pescivendoli che espongono ettari cubici di granchi e aragoste, salmoni freschi, affumicati e sotto pepe, cozze grosse come ostriche e ostriche grosse come seppie (e quei filistei te le servono fritte anziché mangiarsele crude. . . ). Nel più pittoresco tra gli stand del pesce, quando ordini un salmone il tizio al banco urla qualcosa di inintelligibile al tizio più vicino ai salmoni, tutti i pescivendoli insieme fanno un urlo di guerra, e il salmone viene afferrato e tirato. Fa una decina di metri in aria e atterra nelle mani esperte del tizio alla bilancia, che lo pesa, lo incarta, te lo mette in mano e ti preleva direttamente i soldi dal portafoglio — cioè, questo succede la maggior parte delle volte. In un’esigua minoranza, il tizio dei salmoni tira il pesce e sbaglia mira, atterrando un ignaro passante. A Seattle succede di essere colpiti dai pesci volanti. Degni di nota, a Pike’s market, i seguenti.

  • La biscotteria, con biscottoni grossi come bistecche fiorentine, e sempre freschissimi (Cinnamon Works, 1530 Pike Place).
  • Il pianista ambulante appena fuori (ha un piano verticale su ruote), che canta e
    suona con ogni tempo.
  • Il questuante-imbonitore misterioso, che non si sa cosa venda: attira una gran folla con un banchetto di legno su cui sta il suo placido gattone soriano grigio. Da quello che ho capito, è una sorta di Lucy Van Pelt (“The doctor is IN”) che fa la psicanalisi a Charlie Brown. Psicanalizza i passanti per qualche moneta, e come cura propone di accarezzare il suo gatto (felinoterapia — la faccio anch’io ogni tanto con il salame omonimo), oppure forse è il gatto che psicanalizza e lui interpreta i pareri del gatto.
  • La libreria più anarchica del mondo: disposizione locali incasinata stile “Shakespeare and Company” di Parigi, e un cartello che dice: PROPERTY IS THEFT . . . however, until all the world is a library, we keep some here for sale. If you feel the sudden urge to proletarian expropriation, please serve yourself at your friendly, neighbourly richly stocked corporate bookshop.
    In vendita, selezionati per voi: (a) migliaia di opuscoli di fattura artigianale con titoli tipo “il movimento anarcooperaio nelle langhe nel primo dopoguerra” (non scherzo, la cosa più strana è che
    fosse scritto in inglese da autore americano — ma checcazzo si fumavano a Berkeley nel ’68?); (b) il libro “Porn Studies”, una serissima collezione di pubblicazioni accademiche a nome di due editor che immagino preparatissimi sull’argomento (mai quanto me), piena di analisi sociali e quasi del tutto priva di foto ghiotte, sì beh un paio in bianco e nero; (c) una maglietta con la foto di tre pellerossa incazzati che imbracciano il fucile e sotto la scritta “fighting terrorism since 1492″.
  • Il fruttivendolo più caro del mondo: una mela a un dollaro e ottanta cents (alternativamente: il turista più coglione del mondo — io).

[continua]

Pumpkin time: muffin e halva

November 21st, 2007


La butternut squash è un tipo di zucca che adoro, innanzitutto perchè trovo abbia una bellezza prodigiosa che la distingue dalle altre, forse per la sua forma che ricorda un mandolino. Poi bisogna dire che la sua polpa, oltre ad essere di rara dolcezza, presenta una tinta di arancione talmente vivace e brillante che ti leva la tristezza e ti infonde benessere solo a guardarla, caratteristica non vera per tutte le zucche; anzi ce ne sono alcune terribilmente anemiche, quasi di un giallore che vira al grigio spento. E questo sarebbe già abbastanza per adorarla. Ma no, la nostra si taglia anche senza difficoltà alcuna o quasi, rendendo la vita più facile a chi come me ha le braccia un po’ deboline. Ah, cuoce anche più in fretta. Insomma in un ipotetico concorso di zucche, penso che la butternut squash meriterebbe di buon diritto il titolo vitalizio di Miss Pumpkin.
Questo esemplare in particolare mi ha servito molto fedelmente: una metà l’ho utilizzata per stuzzicare la mia voglia di finger food (molto forte in questi giorni, siete avvisati) con dei muffin alla zucca e noci e l’altra l’ho destinata a veicolare sapori zuccherini e sensazioni asiatiche realizzando una meravigliosa halva di zucca.



Muffin alla zucca e noci
per 18-20 pirottini

zucca sbucciata e cotta 400 g
scalogno 1
uova 3
olio d’oliva 70 g
farina 110 g
lievito un sacchettino
gruyere grattugiato 50 g
latte 1dl circa
noci 100 g

Lavate e asciugate la zucca. Tagliatela a metà e ungetela con poco olio. Cuocete la mezza zucca in forno a 200 gradi, quando potrete affondare i rebbi della forchetta senza sforzo sarà cotta. Sbucciatela, pesatene 400 grammi e schicciateli con la forchetta. Tritate lo scalogno, fatelo appassire con un goccio di olio e fate saltare la purea di zucca a fuoco dolce, anche per eliminare l’eccessiva umidità. Setacciate la farina con il lievito, unite le uova lievemente sbattute e il latte a filo. Aggiungete la zucca e il formaggio, mescolate bene, quindi unite l’olio. Ultimate aggiungendo le noci rotte grossolanamente. L’impasto sarà piuttosto liquido ma non preoccupatevi. Riempite per meno di 2/3 i pirottini e cuocete in forno caldo a 180 gradi per 15-18 minuti.

Questi muffin alla zucca e noci li ho trovati piuttosto buoni: sono piacevolmente umidi e l’equilibrio tra il sapore dolce e quello sapido li rende irresistibili.
Ora, dopo essermi sperticata in lodi sulla buttrenut squash, una piccola nota necessaria: devo ammettere di aver fatto questi muffin anche tradendo la mia fidata perchè impossibilitata a trovarla e sono venuti buoni lo stesso. Della serie l’unico fruttivendolo di Lipomo ha la butternut squash, mentre ben 3 fruttivendoli milanesi ben più blasonati non sanno neppure che cosa sia.
Per la ricetta dell’halva di zucca vi rimando a blog di cucina indiana


Frittelle di gamberetti

November 18th, 2007


Ho letto che queste frittelle di gamberetti sono uno street food piuttosto popolare nel Sudest asiatico e quindi, attirata dall’esotismo, ho deciso di provarle. Anche perchè se aspetto di trovare la ricetta di uno street food lipomese rischio di morire di fame. Premettendo che non amo le fritture in genere devo dire che in effetti il sacrificio è valso a qualcosa in questo caso. Le frittelle di gamberetti sono davvero gustose e soprattutto non perdono di bontà se consumate fredde, il che le rende un finger food perfetto da preparare in anticipo e godere poi in compagnia. Se non temete il cibo piccante esagerate liberamente con il peperoncino, gli dona. Si prestano molto bene ad essere accompagnate con una semplice insalata verde, e se lo devo dire io, che notoriamente soffro di brividi diffusi solo al pensiero di mangiare un’insalata verde verde (lo scrivo due volte con scopo rafforzativo, per indicare che ci sono solo foglie verdi e davvero niente altro) potete fidarvi.

Frittelle di gamberetti

gamberetti g 150
mais in scatola sciacquato e sgocciolato 40 g
scalogno 1
peperoncino 1-2
aglio mezzo spicchio schiacciato
la punta di un cucchiaino di coriandolo in polvere
un uovo
sale
pepe

Tritate insieme i gamberetti, lo scalogno, il peperoncino, e l’aglio. Unite l’uovo sbattuto, il mais e il coriandolo. Regolate di sale e pepe. Scaldate abbondante olio per friggere e cuocete delle quenelle di impasto fino a quando sono dorate. Asciugate con carta assorbente e servite con un’insalata.


Crostata di fichi e sesamo con panna al cardamomo e arance

November 14th, 2007

Questa crostata desideravo farla dal primo momento in cui sono salita sull’areo per New York. Strano? No, per niente. Appena preso posto sul mio sedile avevo iniziato a sfogliare il numero corrente di Gourmet (acquistato in Italia per 9 euro quando negli Stati Uniti costa 5 $, ma fa niente) e in uno splendido servizio sulla cucina marocchina avevo addocchiato questa ricetta. Poi per un motivo o per l’altro (tra cui il buon senso di capire che le arance a luglio non sono un’ottima idea) ho sempre rimandato. Sono infine riuscita a fare questa crostata una domenica soleggiata di un paio di settimane fa. Mi sono svegliata con il pensiero fisso di iniziare, un po’ perplessa da questa pasta il cui procedimento mi pareva strambo. Per non parlare delle imprecisioni nel testo: ingredienti presenti nella lista e che si sono poi rivelati essere assenti nel procedimento. Poi un pizzico di fortuna e il già citato buon senso mi hanno permesso di realizzare questa crostata, profumata di fichi e cannella, e resa ancora più golosa dalla panna al cardamomo e dalle arance. Inutile aggiungere che il tè alla menta la magnifica. Io l’ho fatto in maniera improvvisata ma si potrebbe chiedere ad Acilia il modo più indicato per preparlo. Ho utilizzato la teiera laccata di blu che vedete nella foto. Ce ne sono due uguali in casa, le ha portate mio padre da un viaggio fatto in Algeria poco più di una dozzina di anni fa. Ricordo di averle amate sin dal primo momento, mentre le svolgevo dalla carta giallognola che le imballava e cominciavo ad intravederne il colore. Per anni le ho ammirate, poste dov’erano su un mobile in cucina ma chissà perchè ho dovuto attendere di sentire il profumo di questa crostata per decidere di prendere il tè con una di queste piccole teiere blu.

Crostata di fichi e sesamo con panna al cardamomo e arance

Per la pasta
farina 375 g
zucchero 125 g
sale 1/4 di cucchiaino
burro 90 g
tuorli 4
panna 2-3 cucchiai
sesamo 1 cucchiaino

Per il ripieno
fichi secchi 250 g
acqua 125 g
zucchero 3 cucchiai
cannella 3/4 di cucchiaino
sesamo 3 cucchiai
acqua di fiori di arancio 1 cucchiaio

Per la decorazione
panna 1 cucchiaio
tuorlo 1
sesamo 1 cucchiaino

Per la panna
cardamomo 4 bacche
panna fresca 4 dl
zucchero
arance 6-8

Frullate insieme farina, sale e zucchero, unite il burro ancora freddo di frigorifero e frullate fino a quando il composto ha una consistenza farinosa. Unite i tuorli e frullate per 2-3 minuti, quindi unite la panna poco alla volta in modo da ottenere una pasta soda ma lavorabile. Tirate due dischi di pasta usando rispettivamente 1/3 e 2/3 di pasta, copriteli con la pellicola e poneteli in frigorifero per un’ora.
Tritate i fichi e cuoceteli con l’acqua, lo zucchero e la cannella per 3 minuti, il composto deve essere umido ma denso. Unite i semi di sesamo e continuate la cottura per 1 minuto. Levate dal fuoco e aromatizzate con l’acqua di fiori di arancio, mescolate e fate raffreddare.
Preriscaldate il forno a 180 gradi. Tirate fuori dal frigorifero i dischi di pasta. Foderate la piastra del forno con la carta da forno. Stendete il disco di pasta più grande piuttosto sottile, quindi fatelo aderire al cerchio da pasticceria (24-26 cm) posato sulla teglia foderata di carta da forno, se non l’avete usate uno stampo da crostata. Farcite con il ripieno, freddo, quindi coprite con l’altro disco. Eliminate l’eccesso di pasta. Sbattete il tuorlo e la panna con una forchetta, spennellate la torta e raffreddate la torta in frigorifero per 3 minuti circa, il tuorlo si deve un pochino seccare. Ripetete l’operazione. Decorate la torta disegnando un semplice motivo con un coltello affilato, spolverate con i semi di sesamo. Infornate la torta per 30-35 minuti, deve essere ben dorata. Sfornatela e fatela raffreddare su una gratella per dolci.
Aromatizzate la panna per almeno 2 ore con i semi di cardamomo pestati. Al momento di servire filtrate e montate la panna con zucchero a piacere. Pelate le arance al vivo e tagliatele a pezzetti.
Servite la torta con la panna, le arance e magari un tè alla menta.

Posted in Torte | 15 Comments »

Millefoglie di gamberi, pan brioche e crema di aneto e pistacchi

November 12th, 2007

Succede che Maricler e Fabrizio vadano in Sicilia per trascorrere una vacanza costellata da pranzi e colazioni luculliane. E che al loro ritorno rechino in dono una crema di pistacchi di Bronte di Corrado Assenza, il cui nome, impresso sul vasetto, crea molte aspettative, e non le disillude. La crema ha un sapore di pistacchio indescrivibile ed è dolce come te l’aspetti: in modo assolutamente equilibrato. Dopo il primo assaggio mi si è aperto un ventaglio di possibilità nella testa ed ecco questo accostamento con aneto e gamberi, golosissimo. I virtuosi della panificazione possono farsi il loro pan brioche, io mi sono fermata alla panetteria sotto casa, con ottimi risultati.

Millefoglie di gamberi, pan brioche e crema di aneto e pistacchi

gamberoni 4
pan brioche 6 fette
aneto un mazzetto
crema di pistacchi un cucchiaino
olio evo
sale
pepe

Lavate ed asciugate l’aneto. Sgusciate i gamberoni, lavateli e teneteli in frigorifero. Ponete nel bicchiere del frullatore l’aneto tenendo da parte dei ciuffi per decorare, un pochino di olio e una fetta d pan brioche privata della crosta. Frullate, se necessario aggiungendo olio e anche un pochino di acqua. Unite un cucchiano di crema di pistacchi. Regolate di sale e pepe.
Scaldate le fette di pane sotto il grill. Intanto scaldate un pochino di olio in una pentola e cuocete i gamberoni due minuti per lato circa.
Sui piatti da portata appoggiate una fetta di pane, un gamberone, condite con la crema di aneto e pistacchi e ripete con un altro strato uguale. Decorate con un i ciuffetti di aneto. Ripetete per l’altro piatto, servite.

Chez Miki

November 9th, 2007

Dopo averlo provato diverse volte a cena e una a pranzo, questo ristorante giapponese è diventato ufficialmente il mio posticino parigino preferito, quindi direi che è giunto il momento di parlarvi di Chez Miki. La prima volta mi hanno portato due amiche giapponesi e mi sono innamorata dell’arredamento essenziale ma caldo, della piccola cucina a vista che permette di vedere le due chef all’opera mentre preparano in perfetta armonia dei piatti che si rivelano poi essere deliziosi. Chez Miki propone infatti una cucina giapponese contemporanea e autentica, distante anni luce dal solito sushi bar. E quindi cosa si mangia? Il pesce crudo non manca, ma si declina in ostriche con alga kombu e yuzu, sashimi di seppia e uova di riccio marinate, carpaccio di salmone con capperi e shiso. Ci sono poi numerosi piatti caldi, come le paste che spaziano dalla cha soba, ai nostri spaghetti conditi tuttavia in un modo molto diffuso in Giappone: alghe nori, sesamo e una vinaigrette cremosa. E manzo, sgombro e salmone al miso, tutti valorizzati da aromi e accorgimenti ad hoc. Per accompagnare un riso perfettamente sgranato e dei piccoli panini fatti da loro. I dolci poi sono stupendi e generalmente verde matcha. Un cake al matcha così buono non l’avevo mai provato e lo stesso posso dire per il gelato o la piccola bavarese.
Non esitate a dividervi i piatti, l’usanza e` incoraggiata, e con 25-30 euro a testa potrete assaggiare numerose pietanze sorseggiando il loro tè verde sencha, strepitoso per il sapore fresco e il profumo floreale oppure vino e sake al bicchiere.



Dall’alto in senso orario: io mentre sorseggio il loro stupendo Sencha,
il sashimi di seppia e uova di riccio, le capesante al burro ponzu
e il carpaccio di salmone.

A pranzo invece l’offerta è strutturata in modo un pochino diverso ma resta intatto l’eccelente rapporto qualità-prezzo. Con soli 15 euro potrete infatti scegliere due antipasti e un piatto serviti con una zuppa, il riso e un dessert. Tra gli antipasti proposti ricordo le sardine in carpione leggero, degli involtini di gamberi, dei bocconcini di gamberi e verdure, e tra i piatti il salmone al miso e il sashimi di salmone, ma credo ci fossero anche dei piatti non a base di pesce. Il salmone al miso era tenero e saporito, il sashimi era tagliato in grossi pezzi croccanti di freschezza.



Dall’alto in senso orario: l’ingresso di Chez Miki, le sardine in carpione,
il sashimi di salmone, e il piatto completo.

Il dessert questa volta era matcha-free, ma l’ho trovato comunque piacevole: una semplice gelatina di caffè guarnita da un rivolo di panna e valorizzata dal contenitore di vetro allungato. Il ristorante ha solo 16 coperti: non esitate a prenotare! Al telefono risponde la cameriera che esordisce in giapponese, ma accetta di buon grado il francese, l’inglese non so. In ogni caso è gentile e disponibile anche in sala (io le ho pianto addosso stile manga quando mi ha detto che le capesante a pranzo non c’erano e lei ha sorriso comprensiva)


Dall’alto in senso orario:la gelatina di caffè con un rivolo di panna,
Silvia mentre gusta il dessert con aria sognante, il servizio da tè e Miki-san, la chef.

Nonostante tutto la vostra voglia di esostismi asiatici non è ancora soddisfatta? Trasferitevi da Zen zoo per un bubble tea, sta a pochi minuti di cammino!
Insomma se capitate a Parigi e siete curiosi della cucina asiatica non lasciatevelo sfuggire, trovo sia un posto davvero favoloso :)

Chez Miki
5 rue de Louvois 75002 Paris
Tel. 0142960488
M: Opera

Sgombro alla lavanda e soba

November 7th, 2007

Oggi appena arrivata in pescheria ho addocchiato uno sgombro: li amo non solo per il loro sapore intenso ma anche e soprattutto per l’aspetto brillante della loro pelle tinta di blu di Prussia e grigio perla resi armoniosi dalle sfumature cerulee. Sul momento non avevo le idee chiare, me lo sono fatto sfilettare fantasticando su di una possibile marinata ma senza esserne proprio convinta. Poi a casa mi sentivo un po’ infreddolita e l’idea di mangiare una tartare non mi allettava affatto, inoltre sarà perchè mi sono soffermata a guardare un vaso colmo di lavanda secca che mia madre tiene all’ingresso ma ho avvertito il desiderio di prolungare questa allure provenzale che avvertivo. Ho quindi aromatizzato l’acqua con i fiori di lavanda, e ho cotto il pesce nel vapore così piacevolmente profumato. A cottura ultimata lo sgombro aveva acquisito un aroma lieve ma persistente di lavanda che ne arricchiva il gusto di sfumature floreali. Il resto è stato naturale: la vinaigrette ha rifinito il piatto, la soba l’ha reso più completo e gli ha aggiunto un tocco fusion.

Sgombro e soba alla lavanda

Uno sgombro sfilettato
soba 2-3 cucchiai
lavanda secca 2-3 cucchiai
olio extra vergine di oliva 1 cucchiaino
aceto di riso 1 cucchiaino
aceto balsamico qualche goccia

Strappate le lische dai filetti di sgombro con l’aiuto di una pinzetta.
Mettete due dita di acqua in una pentola adatta per la cottura al vapore e aggiungete la lavanda. Posate i filetti dalla parte della pelle su un cestello adatto per la cottura al vapore, incoperchiate e accendete il fuoco a medio calore. Intanto portate a bollore l’acqua salata per la soba, cuocetela per il tempo indicato, in genere 5-8 minuti, dipende dal tipo, scolatela e fermate la cottura raffreddando con dell’acqua fredda. Tenetela da parte. Emulsionate con una forchetta il condimento di olio e aceto. Dopo una decina di minuti i filetti dovrebbero essere cotti, verificate, quindi fate un letto di soba, posatevi sopra i filetti di sgombro e condite con un pochino di vinaigrette. Servite con un cucchiaino di fiori di lavanda a piacere.

Photo Sharing and Video Hosting at Photobucket