Shanghai: problemi di comunicazione

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Ho poi visto il lungofiume davanti a Pu Dong con la famosa skyline, chiamato Bund per gli occidentali e Wei Tan per i residenti, per cui se uno chiede “Bund?” a un Shanghaiese quello lo guarda senza sapere cosa rispondere, l’europeo fa il paragone di un ipotetico Parigino che non abbia mai sentito nominare la Tour Eiffel, e molto si arrovella sui percorsi neuronali cinesi; e a questo proposito, un piccolo inciso. Ci sono alcune domande standard che un essere razionale non può non porsi. Alcuni non-sequitur inspiegabili che denunciano un malessere logico profondo, o una voluta presa per il culo (ma c’è o ci fa?). Al ristorante, quando chiedono “quante birre?” (magari puntando il dito su una foto), quattro persone al tavolo su cinque, tutte occidentali, alzano il dito indice, come a dire, “io, io, io e io”; cioè quattro birre. È il sistema numerico unario (basato su una sola cifra), e si suppone che sia talmente universale che viene usato, mi pare, anche nelle sonde lanciate nello spazio profondo nella speranza che siano intercettate da un’astronave aliena. E la cameriera, stupita, ci fa capire che una birra sicuramente non basta per tutti. Perché, agli occhi di un cinese, quattro indici sono uguale a uno? Che speranza abbiamo di farci capire da un marziano se non ci capisce nemmeno una cameriera cinese?

Un’altro caso eclatante è quello di una rivendita di tè nella città vecchia. Ogni negozio di tè appare come un minuscolo antro pieno di teiere, di ruote di tè nero compresso, di quelle che si usavano per trasportare il tè nella Cina antica, e di vasi di tè di vario tipo, tra cui spiccano diverse varianti di Wu Long e Long Jin, i fiori di tè, oltre che diverse varianti di Darjeeling di cui ignoro i nomi, che loro chiamano in modo diverso giusto per rimarcare che i tè indiani e nepalesi loro li avevano già inventati seimila anni prima. Ogni varietà di tè ha un cartellino interamente scritto in cinese, con due numeri. Uno, in basso a sinistra, è scritto a caratteri più grandi, varia tra 8 e 180, ed è il prezzo in Yuan; l’altro, in mezzo a destra, è scritto più piccolo e dice invariabilmente “50”. Letti insieme, sono il prezzo per 50g di tè. Immaginate la scena: entro, punto l’indice su un cartellino (gesto universale: vuol dire voglio il tè corrispondente al cartellino), mi assicuro che il tipo mi abbia capito, poi guardandolo punto l’indice contro il numero piccolo, 50. Prima di andare in Cina, avrei detto che anche questo era un gesto universale, che vuol dire voglio 50g di questo tè qui. Il prezzo, naturalmente, era chiaro, non c’era bisogno di indicarlo: dato che il prezzo per 50g è segnato sul cartellino (diciamo 76 Yuan) e che io ho indicato un tipo di tè e che ne voglio 50g, non dovrebbero esserci dubbi. E invece no, quel pirla cinese che fa? Pesa 76g di ‘sto tè del cavolo e ci mette fuori il prezzo corrispondente (circa il 50% in più, naturalmente). Abbiamo dovuto faticare non poco per convincerlo che ne volevamo proprio 50g, che guarda caso era proprio il numero indicato sul cartellino dal nostro dito indice (ma toh! che coincidenza, si sarà detto?), tantopiù che sotto nessuno dei display delle bilance digitali appare la lettera ‘g’ per “grammi”, quindi non è mai chiaro quale sia il prezzo e quale il peso. Secondo me, nel primo aneddoto, proprio c’è, mentre nel secondo mi sa che ci faceva.

 

Beh insomma a parte il Bund ho fatto una passeggiata nella concessione francese, ma non mi ha detto granché, e qualche passeggiata downtown, tra i grattacieli. Impressionante guardare in alto, ma come in tante altre città dotate di skyline. E poi sono stato in uno dei piani alti del più basso tra i due grattacieli più alti a Pudong, che vista. Però stare all’ultimo piano dell’altro, quello più alto, è una fregatura, io chiederei indietro i soldi. Nel 90% del tempo, nel mese di Giugno, la sommità di ‘sto coso è nascosta dalle nuvole, e chi sta là vede solo grigio chiaro dalla finestra.

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5 commenti a “Shanghai: problemi di comunicazione

  1. La prossima volta che scrivi un post per il mio blog, puoi gentilmente scriverlo con dei programmi normali e usare dei tag normali? Stamattina questo blog aveva il mal di mare, poverino

    :PP

  2. L’ho sempre detto io, l’ho sempre detto… E ti lascio pure con una barzelletta.

    Tenjewberrymuds

    The following is a telephone exchange between a hotel guest and room-service at a hotel in Asia, which was recorded and published in the Far East Economic Review. (You will understand what ‘tenjewberrymuds’ means by the end of the conversation.)

    Room Service (RS): “Morrin. Roon sirbees.”

    Guest (G): “Sorry, I thought I dialed room-service.”

    RS: “Rye..Roon sirbees..morrin! Jewish to oddor sunteen??”

    G: “Uh..yes..I’d like some bacon and eggs.”

    RS: “Ow July den?”

    G: “What??”

    RS: “Ow July den?…pryed, boyud, poochd?”

    G: “Oh, the eggs! How do I like them? Sorry, scrambled please.”

    RS: “Ow July dee baykem? Crease?”

    G: “Crisp will be fine.”

    RS: “Hokay. An Sahn toes?”

    G: “What?”

    RS: “An toes. July Sahn toes?”

    G: “I don’t think so.”

    RS: “No? Judo wan sahn toes??”

    G: “I feel really bad about this, but I don’t know what ‘judo wan sahn toes means.”

    RS: “Toes! toes!…Why jew don juan toes? Ow bow Anglish moppin we bodder?”

    G: “English muffin!! I’ve got it! You were saying ‘Toast.’ Fine. Yes, an English muffin will be fine.”

    RS: “We bodder?”

    G: “No…just put the bodder on the side.”

    RS: “Wad?”

    G: “I mean butter…just put it on the side.”

    RS: “Copy?”

    G: “Excuse me?”

    RS: “Copy…tea…meel?”

    G: “Yes. Coffee, please, and that’s all.”

    RS: “One Minnie. Scramah egg, crease baykem, Anglish moppin we bodder on sigh and copy….rye??”

    G: “Whatever you say.”

    RS: “Tenjewberrymuds.”

    G: “You’re very welcome.”

  3. Kja: ancora?? Ieri l’avevo messo a posto!

    Maricler: e` ESTREMAMENTE grave. Rinsavisci, ti prego!

    Trollobalosso: io degli scambi del genere ce li ho ogni volta che chiamo un numero US o UK. Da quanto ‘sta gente ha scoperto che puo` outsource il servizio clienti nei vari paesi in cui l’inglese e` dichiarato per legge come lingua ufficiale, chiami il gas di Londra, o il servizio clienti della Sony, e ti risponde una tizia del sud dell’india, o di qualche stato dell’africa nera. Il problema e` che tutti coloro che parlano inglese in modo comprensibile, in quegli stati li`, lo parlano bene perche’ hanno studiato in scuole internazionali; e dato che costoro fanno ipso facto parte della classe egemone, certamente non accettano lavori di customer service telefonico in outsourcing. Restano a rispondere dei poveri cristi che parlano delle lingue che ogni tanto hanno qualche parola in comune con l’inglese. Quindi non mi accanirei contro i cinesi per via della lingua – per via della mancanza evidente di comprensione dei segni non verbali piu` chiari invece si`.

  4. Ti assicuro che il problema comunicazione non è solo cinese…sono stata in Giappone quqest’estate per un tour ma ti assicuro che farsi capire da un giapponese sembra impossibile..Io credo che non sia un sistema “unario” di ragionare, ma che navighino proprio su un pianeta parallelo di pensiero…Sono tutti matti ma il Giappone è stupendo!!

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