Shanghai: la citta` vecchia

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Benvenuti in un ‘altra settimana tematica, che questa volta rigurda la Cina. Doveroso premettere che io non ci sono stata. E allora perche` una chinese week? Innanzitutto perchè Leo quest’ estate ha trascorso una settimana a Shanghai e oltre ad aver scattato molte foto, mi ha narrato le sue impressioni, episodi buffi, e situazioni che mi hanno sorpreso e spesso mi hanno fatto ridere; molte di esse sono fluite in un lungo testo che leggerete in questi giorni. Il mio contributo invece è di altra natura, riguarda dei luoghi che riportano dei pezzetti di questo Paese declinati in contesti differenti.

Passeggiare nella città vecchia riporta alle scene iniziali di Indiana Jones II (Il Tempio Maledetto), dove Indiana e la sua truppa fugge per le vie di Shanghai anni ’30: case basse, perlopiù due piani a soffitto molto basso, estremamente piccole ma in muratura e non di latta, piene zeppe di vita, di appartamenti, di magazzini, di cose, di gente, di bambini, di biciclette, di motorini, di negozi che vendono tutto, animali, quaglie, polli, piccioni, anguille, pesci, rane, rospi, tartarughe, frutta e verdura, parrucchieri, massaggiatori, sarti, commercianti di tè, meccanici, ciclisti, rigattieri e ristoratori (a decine, centinaia, migliaia, un’infinità di posti per mangiare). Pochi producono, tutti vendono, e non si capisce chi compra.

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Questa non è la zona turistica dei Giardini Yu, bensì la zona immediatamente a sud, il cuore della città vecchia, fatta di vie larghe tra i 2 e i 4 metri, in cui le macchine praticamente non passano, in cui l’asfalto compone solo una frazione del manto stradale, e in cui ci si può piacevolmente perdere: un labirinto facile da gestire solo se hai un’innata sensazione di dove stiano i punti cardinali, dato che il sole a Shanghai non si vede mai nel mese di giugno.

 

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I colori di queste vie sono tutti i colori della manufattura umana e naturale, a cominciare dal colore dello sporco, un grigio/marrone scuro che tinge ogni casa e ogni strada. Tutti gli altri colori sono colori dei tessuti in vendita, dei panni appesi ad asciugare (ai cavi dell’alta tensione, onnipresenti in quanto cresciuti in maniera anarchica), della frutta in vendita, ciliegie, angurie, meloni, manghi, lychees, albicocche, pesche, della verdura in vendita, di cui non saprei indicare i nomi, delle sementi in vendita, degli animali in vendita. Vendere carne in latitudini calde ha sempre rappresentato un problema, perché o sai produrre il ghiaccio, come in Europa, oppure vendi carne marcia e piena di mosche, come in Africa, i cui abitanti infatti si scandalizzano se ci vedono mangiare carne cruda, come se stessimo suicidandoci davanti ai loro occhi. Come quel mio conoscente camerunense che una volta mi bollì un preziosissimo quanto costosissimo salame di Felino, accidenti a lui, perché non poteva capacitarsi che andasse mangiato crudo. A Shanghai hanno trovato una terza via: gli animali (diciamo pollame, pesci, rettili e anfibi) si auto-conservano se sono vivi, quindi tutto è vivo al momento dell’acquisto, e viene ammazzato sotto gli occhi del cliente. C’è qualche macellaio (ma sono pochi) attrezzato alla meno peggio, dato che macellare suini, bovini e ovini per la strada sembra inopportuno anche a loro; e immagino che non sia una questione morale ma pratica: le strade sono strette, troppo sangue in giro e chi pulisce, e poi la sciùra Xie Zhang chi la sente.

I negozi non sono un’entità fisica interna, come da noi, bensì esterna, e non parlo dei banchetti dei molti mercatini che si trovano in queste vie. Parlo proprio dei negozi: esiste un negozio interno, completamente aperto, in cui di regola non si entra; ci stanno i proprietari con i loro attrezzi del mestiere. In fondo al negozio c’è spesso una porticina che dà sull’appartamento annesso (si ha l’impressione che il commuting qui consista nell’aprire quella porta la mattina e la sera, e ogni volta che ce n’è bisogno), una camera dabbasso e un paio di locali al primo piano. Quasi tutto è in mostra, le tende non esistono. Ogni interno, che sia luogo deputato al lavoro o all’abitazione (o a entrambe le cose, abbastanza comunemente), contiene tanta roba, fino all’inverosimile. Roba di tutti i tipi, come un’effetto della guerra, quando la gente accumulava tutto perché non si sa mai. Si vedono povere vecchierelle millenarie camminare gobbe ma con la determinazione di chi ha una meta e un lavoro, con un vecchio sacchetto di plastica millenario anch’esso, rotto in più punti, come se trovare un sacchetto di plastica fosse una cosa difficile, come se il loro sacchetto sporco, lercio, improponibile, inutilizzabile nonché inesorabilmente vuoto fosse il loro tesssssoro.

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Nella città vecchia tutti sono occupati, tutti fanno qualcosa, e uno penserebbe che hanno un’etica del lavoro tipo investment banker, al lavoro dall’alba a notte fonda. In un certo senso è così, tutti sono indaffarati dall’alba fino a sera tardi (anche verso le undici il quartiere è sempre vivo e i negozi in buona parte aperti). Ma se si guarda meglio ci si accorge che non sono indaffarati a lavorare, bensì a esistere, a sussistere; tutti hanno un ruolo nel quartiere (compresa la vecchierella che filtra mucchi di immondizia organica, emanante olezzi da capogiro nel raggio di decine di metri, per cercare chissà quale materia salvabile), ma il ruolo predominante è quello di venditore di una merce o di un servizio che vendono tutti: il cibo, la sartoria, il tè, i massaggi; l’ intake di denaro esterno è limitato, questa è una zona in cui i ricchi non vanno e i turisti nemmeno, quindi i venditori — la totalità degli abitanti — vendono a sè stessi, e con concorrenza da capogiro. Insomma, in pratica non fanno un cazzo tutto il giorno (molti dormono beati tutto il giorno davanti alla loro merce, beneficiando magari di non più di un singolo cliente quotidiano).

Inizialmente avevo qualche perplessità a entrare di sera, col buio, in questo quartiere, tanto più che il collega con cui ci andavo esibiva bel bello una Nikon semiprofessionale con un obiettivo-bazooka che in posti analoghi — favelas, campi nomadi e la quasi totalità della città di Lima — avrebbe attirato nugoli di criminalucoli e borseggiatori da un tanto al chilo, pronti, chissà?, anche a farti la pelle per impossessarsene.

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E invece quanto mi sbagliavo! In generale in tutta Shanghai si ha l’impressione di una città che non conosce violenza. Un sacco di ragazze giovani rientrano la sera a casa da sole, e a quei tassi di temperatura e umidità sono sempre in pantaloncini cortissimi e T-shirt; non proprio quasi nude, ma insomma nemmeno Collezione Primavera Vaticana 2008. E pare che gli episodi di violenza sessuale siano davvero rari. Passeggiando per la città vecchia, la reazione standard era l’indifferenza del vivi e lascia vivere; e non raramente ci venivano elargiti sorrisi. Le persone più amichevoli sembravano essere i giovani genitori con bebè: quasi tutti invogliavano i loro bimbi a salutarci con la mano ad avere interazioni con noi, e insomma a guardarci bene. Mi sono convinto che fosse un modo tutto personale di portare i figli allo zoo a vedere gli animali strani (gli occidentali, che in quel quartiere non ho mai visto). Molte persone erano contente di venderci qualcosa, l’unica difficoltà essendo che i prezzi, soprattutto del cibo, erano al di sotto di ogni mia supposizione. Acquistavo una frittella e pensavo, quanto può costare? In Europa, due euro, quindi qui, che so, cinquanta centesimi. Le dò 5 Yuan (50 centesimi) e al massimo mi chiederà ancora qualcosa. E invece no, le trattative si bloccavano, lei mi dichiarava, severissima, cose incomprensibili (e impronunciabili), si teneva la frittella fumante in mano (e io la guardavo come se, avendola mancata per un soffio, adesso sbattesse le bianche alucce e se ne andasse per sempre), mi rendeva la banconota. Sarà falsa? Quasi nessuno parla inglese a Shanghai, e tanto più nella città vecchia. Alla fine qualcuno tra gli astanti più giovani, e dunque più esposti alla globalizzazione televisiva, biascicava un “uà-an”, e mi faceva capire che l’ingente capitale che avevo messo in mano alla tipa era eccessivo. La frittella, sbattendo le ali vezzosa, tornava tra le mie grinfie (buonissima!).

Tengo a precisare che gli abitanti del quartiere non erano diseredati poverissimi. Molti erano vestiti in maniera dignitosa, e possedevano televisioni, telefoni portatili, DVD player, laptop, motorini e addirittura strumenti di lavoro, negozi e abitazioni.

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Altri erano chiaramente meno abbienti; i miserrimi tendevano ad essere molto anziani, ma apparentemente nessuno di questi viveva per strada. Un vecchio con un pancione notevole, leggermente ingobbito, si lavava, la sera, con la porta spalancata, nel suo “capanno” in muratura, una specie di stanza minuscola adiacente a una casa di due piani, probabilmente costruita posteriormente, piena all’inverosimile di oggetti di ogni tipo; le materie primarie di questi oggetti, a giudicare dal colore medio, erano sporco e ruggine.

 

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Quello che una comunità di questo tipo non può fare, a differenza delle comunità urbane contemporanee, è garantire l’anonimato, assicurare l’impunità, permettere agli osservatori di osservare indisturbati. Ogni via una comunità a sé, ogni crocicchio un porto di mare, fanno sì che anche i commercianti perennemente addormentati non possano, a meno di consistenti alleanze, essere derubati. Quello che ai miei occhi appariva dinamico e vivace e sempre diverso è probabilmente regolato da precisi ritmi orari e quotidiani, e ogni differenza viene immediatamente notata. Una persona nuova, soprattutto se occidentale, poi, è come un lampo che si abbatte sulla comunità. Gruppi apparentemente affaccendati che non davano alcun segno di avere notato la mia esistenza si rivolgevano verso di me in blocco non appena estraevo la macchina fotografica, come avessero gli occhi anche dietro la testa. L’atteggiamento verso la fotografia di una scena di vita quotidiana è in maggioranza tollerato, qualche volta incoraggiato, e rare volte interdetto (con un chiaro gesto della mano a palmo aperto).

Posted by Leo

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11 commenti a “Shanghai: la citta` vecchia

  1. Buongiorno mia dolcissima come stai tesoro? Scusa l’assenza , ma sai quando ci sono così tante cose da portare a termine che se non ti impegni a metterle a posto, non finiscono più? :-) ecco..è successo a me!
    Accidenti che belle foto..mi devo decidere a viaggiare di più..uff..:-D meno male che tu sei una fonte di informazioni e fotine incredibili..mi fai viaggiare con la mente! Grazie tesoro! 😀 bacione
    Silvia

  2. che bello mi interessa moltissimo la cina
    io sarei di quelle che sognano di arrivarci in treno bici cammello attraversando tutto il continente asiatico, magari anche ripercorrendo la via della seta.
    prima o poi?
    grazie leo e chiara

  3. Ho un’amica che vive a Shanghai e vedo spesso le sue foto dei vari mercati. Ma il post di Leo mi ha fatto vedere tutto un altro lato di questa città. Molto interessante.
    Non mi impressiono facilmente, ma quelle ranocchie grasse nel sacchetto mi fanno davvero rabbrividire :-)
    Oggi sono in vena asiatica anche io :-)

  4. Ciao! bellissimo post che riesce a catturare la vera essenza della Cina… scritto benissimo, complimenti, l’ho letto tutto d’un fiato e spero di poterne scrivere un altro presto per esperienza diretta! buona settimana!

  5. Quando penso alla Cina, provo tantissimi sentimenti contrastanti. Da una parte sono attirata, affascinata ed incuriosita da questo grande paese ricco di storia: dall’altra provo quasi paura e smarrimento: mi sembrerebbe come di perdermi fra mille e mille facce sconosciute, nei rivoli di una cultura così vasta e che non conosco ,io che sono abituata a viverenell’ovatta di un piccolo centro …Ma anche questo è un sentimento spaventoso e dolce allo stesso tempo: perciò quando leggo delle belle pagine come queste che ci avete regalato tu e Leo, o quelle dell’ ultimo libro che ho sul comodino (quello sul tè di John Blofeld, che tanto in Cina ha viaggiato ) mi fermo a sognare ad occhi aperti…come sarebbe se…?

  6. Ciao! Segueo sempre il tuo bnlog..ma non scrivo mai.. Oggi mi “lancio” per dirti grazie.
    E’ il mio copmpelanno e semza saperlo mi avete fatto un bellissimo regalo… La Cina mi affascina, da sempre.. ma non ci sono ancora andata. Shanghai è una meta che mi attira tantissimo.. e voi me ne avete regalato un pezzetto.. Grazie …

    Fedra

    ps in attesa della Cina…per le vacanze di Natale mi regalo 5 giorni a Parigi…per caso hai qualche dritta su ristorantini e brasserie “veramente autentici”? :o) Grazie!!

    Buona giornata

  7. Che bel diario di viaggio, viene di voglia di fare la valigia seduta stante! Magari avendo il tempo per spostarsi, godere anche della cina rurale per assaporarne le antiche tradizioni
    Un bacio
    Fra

  8. Eh, ho notato solo ora l’header, che carino! Cmq, notevolissimo spirito d’osservazione, un punto di vista degno del miglior antropologo, però però… vogliamo la quaglia! Bacioni a entrambi!

  9. interessante poter ‘passeggiare’ con te Leo in questo angolo vecchio di Shangai. Anche per me, come per Romy, la Cina mi fa scaturire desideri contrastanti. Un paese così grande e con così tanta popolazione, forse tanta quante sono le sue contraddizioni, a volte veramente difficili da digerire. Come mi aveva anticipato Kja qui a Toronto la comunità cinese è veramente grande, ci sono cinesi ovunque, e confesso che spesso incappo in alcune loro caratteristiche non proprio piacevoli, come quel modo che hanno di volerti ‘fregare’ ad ogni passo. D’altro canto una cultura così diversa dalla nostra mi attrae terribilmente. Sono sicura che prima di tornare a casa riuscirò a trovare un punto di vista più in equilibrio…o magari no :-)
    Kja, seguirò la tua settimana a tema, e dopo aver conosciuto sia chinatown a Melbourne che ora qui a Toronto, mi farà piacere leggere anche le tue impressioni. Magari ne parlerò in futuro anche io. Un bacio!

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