Fala lentamenci!

Come me anche Leo è malinconico verso Rio de Janeiro, e decisamente quello di cui sente maggiormente la mancanza non sono le onde a Ipanema o la caipirinha sorseggiata mentre si mangia il churrasco e tanto meno l’orchidario. Quello che gli manca sono i carioca, gli abitanti di Rio. Gli passo la parola.


Adoro Rio de Janeiro e i suoi abitanti. Ci vado ogni due anni e resto laggiù un periodo che va da una settimana a un mese. Vado a trovare due miei cari amici e colleghi, e passo un po’ di tempo a lavorare e a nuotare nelle meravigliose onde della spiaggia di Ipanema. Mi trovo bene con loro in particolare e con quasi tutti brasiliani in generale. Proprio perché li amo, mi sento in diritto di mettere in evidenza alcune loro stranezze che mi hanno colpito. Faccio questo cappello introduttivo per smorzare le possibili ire di un potenziale permaloso lettore brasiliano che si trovasse a leggere queste parole.

I

I brasiliani hanno paura di noialtri (il resto del mondo). La paura è di carattere linguistico, e l’effetto è molto carino soprattutto sulla pelle color caffelatte: quando gli si parla in qualunque lingua, anche in un portoghese non perfettamente madrelingua, e cioè quando capiscono di avere a che fare con un ripugnante straniero, stingono. Impallidiscono come un tabacco fumato: da marrone a cenere. Di solito, il cambiamento cromatico è accompagnato da altri interessanti fenomeni: dilatazione della pupilla, espressione estremamente preoccupata, al limite leggero tremolìo delle labbra, e prudente movimento del capo a destra e poi a sinistra per trovare con gli occhi un altro brasiliano a cui rivolgersi per affetto e comprensione, e soprattutto a cui sbolognare la seccatura. Questo comportamento è diffuso soprattutto per strada (dove chiedete indicazioni) e nei negozi (dove chiedete spiegazioni), e non dipende dal colore della pelle: i brasiliani di colore bianco si comportano allo stesso modo, solo che l’effetto non è così evidente. Anzi, evidenci.

Supponiamo che abbiate a che fare con un dipendente di un negozio di Rio de Janeiro. Il tipo di negozio, il sesso e il colore della pelle del dipendente non hanno alcuna importanza. Indipendentemente dalla lingua che userete e dalla vostra espressione (gentile? sorridente? sbarazzina? aggressiva? incazzosa?), la prime reazioni saranno lo sbiadimento della pelle e il movimento del capo sopra descritti, non di rado accompagnati da un verso particolare che emette il brasiliano tipico in questi casi: “não falo ingles”. Notare che il verso non viene emesso, come nella maggior parte dei mammiferi, bensì cantato con modulazione lagnosa/nasale (particolarità del portoghese carioca; a descriverlo così suona sgradevole ma in realtà non lo è). Notare anche che il verso è identico anche se si gli stavate parlando in italiano, francese, spagnolo, portoghese maccheronico, tedesco e, ahimé, ingleis.

II

Supponiamo che vi troviate in un supermercato di quelli grossi, pieno di gente che fa la spesa, commessi da tutte le parti, e che vi aggiriate per gli scaffali con la gola riarsa, cercando una bottiglia d’acqua. Troverete papaye giganti e avocados grossi come zucche, ma non l’acqua. Troverete migliaia di tipi di biscottini e salatini fritti, centinaia di bottiglie di vino importate dai prezzi inavvicinabili, ma non l’acqua. Troverete altresì frutta e verdura di foggia e colori strani, di cui ignoravate l’esistenza e continuereste beati a ignorarla se solo vi dessero un bicchier d’acqua, ma non ‘sta di acqua. Allora vi deciderete a avvicinare un altro cliente, perché i commessi li evitate come la peste, dato che avete già osservato i loro caratteri comportamentali tipici. Gli direte, prima in italiano perché vi siete già resi conto (come siete furbi!) che il portoghese è una lingua latina, “Acqua, per favore? acqua? Bottiglia?” Il cliente si spaventerà un pochino ma poi si ricorderà che nessuna regola sociale gli impone di rispondervi, dato che sa che i commessi sono lì apposta per aiutare i clienti. Quindi vi elargirà un sorriso di compatimento per i vostri borborigmi, un sorriso un po’ storto e molto dispiaciuto, il tipo di sorriso che dice “vedo che sei purtroppo figlio di un dio minore e che ti esprimi solo con versi animaleschi, per favore non farmi male, potresti andar via e rivolgiti a qualcun altro? please?“. Allora bestemmiando direte anche “Agua? Agua? Come si dice acqua in portoghese, porco qui e porco là”, ma quello, sempre tenendo il suo di sorriso ben visibile, si allontanerà in fretta, fingendo interesse per una goiaba colossale poco distante. Voi, sempre più riarsi, vi arrenderete all’evidenza e cercherete con gli occhi un commesso. Abbracciando lo spazio con lo sguardo vi renderete conto che tutti i commessi si sono nascosti dietro vari scaffali, velocissimi, annusando il pericolo, come un’antilope in presenza di un ghepardo. Dopo molto girare di angoli in modo abrupto ne beccherete uno di sorpresa e gentilissimamente gli direte la parola “acqua” in tutte le lingue di cui disponete, compreso anche un antico dialetto maya e ovviamente in portoghese stesso, che però non parlate con accento madrelingua (la differenza è che in portoghese “agua” si scrive con l’accento acuto sulla ‘a’: água — ma questo lo scoprirete molto dopo, e comunque come si pronuncia un accento acuto sulla ‘a’? Non ha senso!). Quello impallidirà, anzi ingrigirà, e, dopo aver prudentemente guardato a destra e a sinistra, chiamerà un collega, che suo malgrado accorrerà, liberando il commesso del rognosissimo impiccio. Voi ripeterete la stessa parola, arricchendola del termine “bottiglia” detto in varie lingue, più varî scomposti movimenti delle braccia che secondo una vostra personale teoria dovrebbero mimare una persona che si porta un’immaginaria bottiglia alla bocca e ingolla liquidi paradisiaci per diversi lunghi secondi con sommo sollazzo. Arriverete persino a dire “glu glu glu” e, per essere convincenti, un soddisfattissimo “aaahhhhh!” finale, con dorso della mano che asciuga l’invisibile acqua depositata sulle vostre labbra (è ovvio che questa evocazione dell’acqua non solo vi va sentire ancora più sete di quanta ne aveste già, ma vi causa anche un improvviso bisogno di svuotare la vescica, per un più completo discomfort personale). Il tipo davanti a voi ingrigirà, guarderà a destra e a sinistra, chiamerà un collega e fuggirà, infingardo. Il collega non si avvicinerà ma vi avvicinerete voi a lui con passo deciso, percorrendo a grandi falcate lunghi banchi ricolmi di banane e ananas dal mignon all’extra-large, ripetendo le stesse parole con un tantino più di aggressività. Il tipo resterà impietrito un attimo, poi in fretta ingrigirà, guarderà a dx e sx, ecc. Dopo qualche minuto siete davvero spaventosi nel vostro berciare agua e glu glu glu, vi muovete da un capo all’altro del supermercato in pochi secondi, e i commessi vi sfuggiranno avendone finalmente ben donde. Non avete ottenuto l’acqua ma almeno adesso vi sfuggono perché davvero fate paura. Siete a un passo dall’addentare un lime grosso come un pallone da calcio per suggerne il nettare, quando il responsabile del supermarket vi raggiunge e vi chiede, amabile “Você queira água?” Voi esultate, dite sì, sì, nella vostra testa si affollano immagini di bottiglie d’acqua, no anzi pacchi da 6 bottiglie, no anzi da 12, da 24, 48 bottiglie d’acqua, tutti vostri, e potrete comprarle e bervele tutte, sì, le volete, ah, che bello!!! …il tizio vi interrompe nel vostro orgasmo, vi dice di seguirlo e vi porta a un insignificante baretto interno al supermercato, al quale con molta prudenza il barista, cercando di non incrociare il vostro sguardo, vi serve un minuscolo bicchiere pieno d’acqua di rubinetto.

Uscirete sconfitti, assetati, e convinti che nei supermercati brasiliani l’acqua in bottiglia non si venda affatto.


III

Siete ospiti da amici. Costoro hanno una cucina ma non la usano, preferendo mangiare fuori o delegare tutto alla persona di servizio. A voi piace cucinare e quindi un bel giorno decidete di usare i fornelli. Dopo qualche minuto avete esaurito i fiammiferi: circa una cinquantina di cui al massimo 10 ancora funzionanti, e avete una mano semiustionata perché i fornelli in questione si accendono con una specie di esplosione. Decidete che per la vostra salute fisica avete bisogno di un accendigas (meschini! non sapete ancora quanto la vostra salute mentale né risentirà). Uscite di casa, andate in quel negozietto giù all’angolo, un po’ bizzarro, di quelli che hanno tutto: ferramenta-idraulica-faidate-tutto per la casa-ricambi auto-ciclista-succhi di frutta (onnipresenti). Entrate, vi guardate in giro con sguardo felino, e con abile mossa vi appropinquate a uno dei due commessi (il vostro cervello, ormai in modalità guerra tattica, ha già suddiviso il territorio di battaglia in una griglia di cui ha velocemente calcolato le coordinate; ogni movimento è controllato e volto a non dare al commesso la possibilità di fuggire). Gli fate un bel sorriso e aspettate il suo “bom dia”. Voi replicate bongìa e quello ingrigisce, come previsto dal protocollo; mentre la sua testa comincia prudentemente a girarsi a destra e a sinistra per cercare un collega a cui sbolognarvi, di scatto gli afferrate il braccio (da grigio passa a cadaverico) e gli dite, cantando con voce nasale “falamos uma lengua latina tudos os doish, podemos se comprender si você fala lentamenci“, in un misto di italiano, spagnolo e portoghese carioca. Quello ormai è atterrito, non osa muoversi (anche perché non gli lasciate il braccio), e attende il peggio. Aprite la bocca, ormai quasi certi della vittoria, la lasciate aperta, stile pesce rosso, qualche secondo in cui tutto, nel negozio, sembra fermarsi, e realizzate che non avete alcuna idea di come si dica “accendigas” in carioca. Allora improvvisate: “você tein um accengigaish?” — il tipo diventa bianco come un cencio — “light? fire?” — il tipo è allo svenimento — “laicc’“, ripetete, ricordandovi che in carioca tutto quello che finisce in -ight, si pronuncia -aicc’, tipo “coca laicc'” — il tipo si divincola, fugge lontano e vi manda il padrone del negozio. Il quale vi ascolta ripetere i vostri borborigmi fantasiosi e, dopo quasi 10 minuti in cui vi affannate a mimare un accendigas (ma che vi siete fumati?) e a berciare “gaish“, urla gioioso che occhèi, ha capito! Vi conduce con vero entusiasmo verso uno scaffale e vi mette in mano un tubo flessibile del gas, lungo circa un metro. Voi lo guardate con un misto di tristezza e disperazione e l’entusiasmo del padrone si sgonfia come un pallone aerostatico bucato. Vi guardate con un filo d’odio e la manfrina riprende. Per altri dieci minuti mimate, urlate e create parole dal nulla. Il tizio si ri-illumina e ri-urla che occhèi, questa volta ha capito! E vi tira verso un enorme scaffale, indicandovi un metro di tubo del gas di plastica dura del diametro di 30 centimetri, tipo quelli che gli operai del gas mettono sotto l’asfalto dei marciapiedi dopo aver lavorato una mezza giornata di martello pneumatico. Lo ri-guardate con un pizzico di timore mistico: ma c’è o ci fa? Primo, com’è possibile che un negozio di fai-da-te abbia in stock tubi del gas per l’ingegneria civile; secondo, com’è possibile che un carioca pensi onestamente che un turista arrivi a Rio de Janeiro e abbia bisogno di un tubo del gas del diametro di quaranta-dico-quaranta centimetri? La cosa triste è che vi accorgete dal suo sguardo da cane bastonato e vi accorgete che no, non ci fa, davvero c’è. State per voltarvi e andarvene, quando inaspettatamente un lampo di vera e primordiale intelligenza attraversa i lobi frontali del microcefalo cerebroleso, che ri-emette un urlo di trionfo (il terzo) e vi porta una specie di estensore per accendini bic. Lo guardate con aria confusa, finché vi porge un accendino bic e ve lo sistema nell’apposita fessura: preme un pulsante occulto e, finalmente, lux facta est.

IV

Andate in banca a ritirare del denaro, e la tizia allo sportello vi chiede il passaporto. Voi glielo porgete e quella lo apre all’ultima pagina, dove, scritte a penna e in totale assenza di foto identificative, appaiono le generalità della persona da contattare in caso di emergenza. Guarda e riguarda, poi controlla lo schermo del suo computer, e afferma: ma questo non è il suo passaporto: il nome non corrisponde!

V

Al vostro albergo pensate con rammarico a quanto sia triste aver paura di chi parla diversamente, finché assistete a una scena che vi fa capire che al peggio non c’è fine. Una coppia di francesi dice a un cameriere dell’albergo: “parlez-vous français?” — quello ingrigisce e comincia a guardare circospetto a destra e a sinistra — e i due riprendono, urlando più forte e scandito, come se il problema fosse di sordità: “par-lez-vous-fran-çais?” — quello sbianca e chiama un collega — finché alla fine i due, stremati: “DÙ IÙ SPICK FRENCH?”

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13 commenti a “Fala lentamenci!

  1. 😀 tesoro putroppo ci sono anche altri posti dove succede questo!! ma una cosa è certa..la nostalgia che dà Rio da quanto ho capito non la senti per un altro posto no?
    Bacione 😀
    Silvia

  2. Temo che tutte queste situazioni ci accompagneranno in Bretagna… Cmq Leo mi hai fatto sganasciare dalle risate, e soprattutto andrò a dormire pensando a ciò che vendono nelle ferramenta a Rio… Impensabile! Bacini a tutti e due!

  3. lo ammetto….nel ridere ad alta voce ho svegliato mia sorella che dormiva.
    le ho detto
    -è colpa del post, giuro!!
    simpaticissimo racconto!

  4. Silvia, se mi mettessi a raccontare quello che mi e` successo in Inghilterra riempirei un libro. Pero` gli inglesi sono piu` antipatici nelle loro reazioni xenofobe, mentre i brasiliani fanno morire dalle risate (quando lo si racconta, dopo – quando lo si vive, e si ha bisogno d’acqua o di un accendigas, un po’ meno).

    Maricler: con i francesi e` diverso, stanno tra l’antipatia e la simpatia (sempre a posteriori): ricordiamoci il “simpaticissimo” gnegnegne`-gnegnegne`-gnegnegne` che spero ardentemente vi capiti.

    Cinnamon: mi auguro che, rispondendo agli insulti di tua sorella svegliata nel cuore della notte, tu abbia detto, con aria dispiaciuta ma ineluttabile e voce cantilenante: “n~ao falo itali~ao”

  5. O mamma mia sono morta dal ridere!!!!!

    Senz’altro tutti i popoli hanno le proprie idiosincrasie, certo che non poter comprare una bottiglietta d’acqua mi metterebbe una certa angoscia!!!!

    Grazie anche a te per averci mostrato una parte del Brasile, anche se un po’ meno “poetica” di quella raccontata da Chiara!

  6. seguo il vostro viaggio in brasile con molto interesse e qualche risata per le disavventure, chiedo scusa, ma molto molto bello e reale, ciao

  7. W l’ironia … se ti capitano certe cose all’estero non ci ridi tanto, ma il racconto é veramente uno spasso, ben documentato con la cronaca accuratamente dettagliata. Grazie per questo divertentissimo post!!!

  8. Molto bello il tuo racconto, mi piace il tuo modo di raccontare e mi sono persa nei vari capitoli.Mi piace vedere la tua ironia, credo che verrò ogni tanto a rileggerlo.

  9. Grazie a tutti per i bei commenti! Comunque, nel racconto, non tutto e` capitato a me. In particolare, l’episodio dell’acqua e` capitato a Chiara (io la guardavo da lontano, non sentivo il sonoro ma la vedevo gesticolare come una pazza davanti al commesso che ingrigiva, e mi buttavo via dalle risate). Invece l’accendigas e il passaporto sono miei. I francesi del du iu spick french e` capitato a Chiara.

    Maricler: purtroppo il gnegnegne` non e` poi cosi` comune. Potrebbe non capitarvi. Spero che vi capiti perche’ per capire davvero bisogna averlo provato.

  10. Carissimi, bastava avere chiesto…Onde estao as garrafas de àgua??? mi sembra che non avete cercato bene…di sicuro ci sono le bottiglie d’acqua nei supermercati a Rio …tanti saluti!

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